Boltzmann

(Con questo racconto ho partecipato al concorso “8×8 – Un concorso letterario dove si sente la voce”, a cura dell’agenzia letteraria Oblique:
http://www.oblique.it/images/eventi/8×8/8x8_serate/2016/8x8_prima-serata_23feb16.pdf)

 

Note di Johan Harker – redattore del magazine «The Stylus», rivista online di reportage scientifici e culturali.
28 marzo

Arrivati a Duino alle sei e quaranta del pomeriggio. Il violento rovescio proveniente da nord-ovest si è rivelato puntuale – come previsto. Andrea, un po’ innervosito dal clima e dalle pessime condizioni di guida, ha avuto difficoltà di manovra nel piccolo parcheggio all’aperto, immerso com’era in una densissima foschia grigia – sembrava di stare dentro a una grande, voluminosa spugna imbevuta d’acqua, sulla quale continuavano a scrosciare litri e litri di pioggia. Dopo aver spento il motore ed essersi calmato grazie a qualche nostra battuta, Andrea ha subito accompagnato Krista e me, uno alla volta, sotto l’ombrello, fino all’entrata dell’albergo. Sistemati in camera i nostri pochi bagagli, ci siamo ritrovati con Andrea, poco più tardi, nel bar accanto alla hall. Siamo rimasti lì quasi un’ora. Alle otto in punto, di colpo, Andrea si è alzato e ci ha augurato un buon soggiorno. A bassa voce ha aggiunto che l’indomani non ci avrebbe accompagnati. Ci ha colti un po’ di sorpresa, soprattutto per i suoi modi; ma non gli abbiamo fatto ulteriori domande, talmente si è reso disponibile con noi finora. Con la promessa di ritrovarci di lì a un paio di giorni, magari prima della nostra partenza, ci siamo salutati con un abbraccio e l’abbiamo ringraziato per tutto quello che ha fatto per noi in questi due mesi. Tornati in camera, sistemate le attrezzature, messe in carica le batterie, Krista e io siamo crollati sui nostri letti senza neanche spogliarci. Il rumore costante della pioggia ci ha fatti addormentare come sotto l’effetto di un sonnifero.

 

29 marzo

Dal nostro albergo all’edificio che più di cento anni fa ospitò il soggiorno estivo di Boltzmann – all’epoca denominato Hotel Ples, oggi una sorta di magazzino comunale in disuso – la distanza è di appena quattrocento metri in linea d’aria. Krista e io ci siamo svegliati alle sette. Pioveva ancora. Uno dei facchini dell’albergo – forse sloveno, con uno strano sguardo inquieto – ci ha prestato due grossi ombrelli, molto leggeri, di materiale idrorepellente, entrambi rossi e recanti un grosso stemma del comune di Trieste. Lo abbiamo ringraziato a lungo e ci siamo fatti spiegare dettagliatamente la strada per arrivare all’edificio. Sotto la pioggia più fitta e violenta che abbia mai visto in Italia, ci siamo mossi lentamente seguendo anche le indicazioni del navigatore gps; giganteschi drappi d’acqua ci impedivano di capire quale direzione stessimo prendendo. I palazzi, le luci opache dei semafori e delle poche macchine che circolavano in strada erano a malapena visibili. Noi, completamente disorientati. Quando infine il navigatore ci ha comunicato l’arrivo al civico 76, ci abbiamo messo un bel po’ a identificare il basso edificio giallo a due piani cinto dagli alberi. Ci siamo addossati al muro, tenendo gli ombrelli aperti. Krista ha tirato fuori il cellulare e ha scritto velocemente un messaggio al signor Mario, il custode dell’edificio. Dopo un breve suono acuto e sincopato, dallo spesso muro d’acqua dinanzi a noi è comparsa poco a poco una sagoma, scura e lucente, circa della stessa altezza di Krista, ovvero sul metro e sessanta; man mano che si avvicinava, la figura sembrava scintillare nella luce tenue e grigiastra del temporale. Era proprio il custode, avvolto in una mantella col cappuccio, di plastica impermeabile, di colore blu scuro. Krista, riuscendo a parlare un po’ di italiano, è riuscita a spiegare al signor Mario cosa eravamo venuti a fare; lui, bisbigliando in inglese – credo –, alzando il solo dito indice all’altezza del petto, mi pare abbia detto che avremmo avuto un’ora di tempo; dopodiché, con una chiave, ha aperto la porta d’ingresso. Krista l’ha ringraziato anche a mio nome. Io avevo già chiuso l’ombrello e tolto lo zaino dalle spalle, ero entrato, e mi stavo subito dirigendo verso le scale che portano al piano superiore. La voce lontana di Krista mi avvertiva della mancanza di luce e corrente elettrica, e quindi di fare attenzione. Dalle indicazioni date da Andrea, la stanza di Boltzmann sarebbe dovuta essere l’unica con la porta ben chiusa, ovvero l’ultima in fondo, sulla sinistra, lato delle scale; ma arrivati al secondo piano abbiamo constatato che tutte e otto le stanze – due per lato, su entrambi i versanti – erano chiuse allo stesso modo. Nessun numero sulle porte di legno. Solo degli aloni biancastri e rotondi, come di targhette rimosse. Ciononostante, abbiamo comunque seguito le istruzioni e siamo andati alla nostra sinistra – quasi a tentoni per via della scarsa luminosità – aprendo la porta in fondo, lato della scalinata. Krista era dietro di me, con in mano la telecamera compatta. Prima di iniziare la ripresa mi ha detto che se in quel momento si fosse ritrovata da sola in un posto del genere sarebbe scappata via senza nemmeno pensarci. Io ho sorriso e le ho fatto cenno di seguirmi.

 

Nella stanza di Boltzmann: ore 9,00

Cerco di attenermi a una mera ricostruzione dei fatti – di dati reali, registrati dalla nostra telecamera o appuntati dal sottoscritto in presa diretta. Di altri tipi di osservazione, a causa della poca chiarezza di idee, mi è ora impossibile dar conto. La stanza è sospesa in una lieve penombra. Ma attraverso il tendaggio merlettato si ha l’impressione di scorgere una luce piena, seppur lontana. Camminando verso il centro mi fermo sotto a ciò che è rimasto di un vecchio lampadario – una struttura d’ottone, spoglia, ricurva. Nell’osservarlo mi accorgo, per caso, che il rumore della pioggia è svanito del tutto. Mi volto verso Krista e ci fissiamo senza dire parola. A bocca aperta. In un paio di falcate sono alla finestra. Scosto il drappo merlettato: una debole luce estiva riempie la stanza. Krista si avvicina alla finestra continuando a filmare. Io la osservo sistemare il cavalletto e fissare la telecamera. Comincio a ispezionare la stanza. Vuota. Le pareti sporche, pittate di verde scuro; il pavimento di mattonelle grigie, divise l’una dall’altra da sottili fessure colme di polvere. Poi lo sguardo mi si ferma sulla porta, che avevamo lasciato aperta una volta entrati: lungo tutta la soglia, in altezza, dal pavimento sino all’arco, l’aria sembra aver preso a vibrare in una fumosa sfocatura trasparente – molto simile a un flusso gassoso o a un’emanazione di calore del suolo. Girandomi di nuovo verso Krista per dirle di guardare anche lei, la sento urlare: impreca; se la prende con la maniglia della finestra, che a quanto pare è rovente. Ci ritroviamo sudati, in maglietta – dacché eravamo bardati fin sopra la testa per via del fastidioso freddo umido. Gli indumenti tolti sono sparsi per terra. Krista continua a filmare dalla finestra, da circa mezz’ora. È immobile e concentrata, ma il suo sguardo è strano. Di fronte a lei, la scena è questa: Duino dal cielo limpido, silenziosa; in estate. Sul marciapiede sottostante all’edificio, il signor Mario, con la sua mantella blu e il cappuccio tirato e stretto sulla testa, spazza via delle foglie invisibili con una grossa scopa simile a un lungo ramo secco.

 

Fuori dalla stanza di Boltzmann: ore 9,06

Krista è seduta a terra. Dice di aver sentito, nella stanza, un brusio, come un ragionamento tra sé e sé, in una specie di lingua straniera. L’ho sentito anch’io. Alza la testa e mi fissa. Continua dicendo che quel ragionamento, d’un tratto, le è sembrato chiaro. Le dico che per me è stato lo stesso. La porta della stanza è chiusa. Krista batte i denti e trema. Mi guarda con gli occhi sgranati. Dice di aver anche intravisto un volto che fluttuava. Un volto bianco. L’ho visto anche io. Quindi annuisco. Batto i denti. Fa freddo. Fuori piove incessantemente. Non abbiamo più nulla da dirci. Dentro non possiamo tornare. Il corridoio e la scalinata sono inghiottiti dal buio innaturale. Mi siedo a terra, accanto a Krista. La stringo per riscaldarci. Lei mi scansa debolmente, come sovrappensiero.

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Amleto va al Pigneto

(Questo racconto è apparso, il 27 marzo 2016, su Nazione Indiana, con il titolo “Ritorno ad Alphaville”:  https://www.nazioneindiana.com/2016/03/27/ritorno-ad-alphaville/. Un ringraziamento a Francesco Forlani.)

 

 

Breve prologo per stare al gioco


Amleto, scampato al tragico epilogo,

vive ormai da tempo imprecisato a Roma sud,

in un monolocale, e una sera, tanto per non annoiarsi,

si ritrova a fare un lezioso ego-surfing, col suo tablet,

su un portale di cinema.

 

Arrivo al fondo dell’elenco con un solo e velocissimo colpo dito-polso; i titoli dei film scorrono saettanti uno dopo l’altro, dal basso: le locandine e le stelle da uno a cinque e i nomi dei registi e quelli dei cinema, e pure le brevi sinossi… Tutto, niente mi cattura, fino all’ultimo film: ultima sala, ultimo regista, ultime stellette, ultime righe di trama. Ma guarda qua: c’è il mio nome. Parla di me. Quest’ultimo film è un film su di me.

Sono anni, ormai, che ho preso gusto all’Opera, all’opera e alle opere, in senso a giorni lato, ad altri più stringente, ma stasera, ore 20:51, mi accorgo, nel buio nero e compatto del mio monolocale, che l’Opera a cui ho preso da troppo tempo gusto è ormai logora e concentrica, è un punto occluso e troppo denso, è un buco nero di scritture – mentre penso a un buco nero, e per giunta di scritture, la mia testa è leggera e incantata ma cerco di ridestarmi, evitando la vertigine – e forse, e dico forse ma è un forse che è subito un piccolo fotone che schizza imprigionato nel buio assoluto della camera, dunque, forse è arrivato il momento che io veda, che io proceda, che io mi rimetta – il minimo indispensabile — all’ascolto.

Ma che me ne viene, a me, di andare a vedere questo filmino sulla mia storia, stasera, di venerdì, fino a lì. Ché poi fa pure freddo, dovrei persino far benzina – «Ma zitto, zitto, e vai a quel cavolo di cinema!» strilla, ma in sordina, la mandibola serrata del teschio del mio amico e fidato Y., che se ne sta poggiato, e di solito sempre silente, da solo, su una mensola in alto, sopra la mia scrivania; e mi pare per un attimo di vederlo scintillare opaco, nel severo buio fitto, come fosse per un istante in madreperla. Be’: se Y. si è fatto sentire, e lui non parla mai, allora qui la cosa è grave, c’è un evento in corso, e io non me ne sono proprio accorto: quant’è, da quando mi sono stanziato qui a Roma, che non esco più di casa? Mi sono rigirato sulla sedia, mi sono spinto fino ad arrivare a un calendario che era chiuso nel cassetto di un comodino che mi ero persino scordato esistesse, e, ecco, insomma… per non costringermi a rivivere quello fulmine di terrore gelido, quindi elettrico, sulla pelle e nei muscoli, le ossa bloccate e indurite e a un istante dal far crac, il terrore dell’impatto col granito del tempo trascorso come niente fosse – trascorso e perso, poi, viene subito da pensare – mi limito a riportare vagamente questo pensiero: erano passati, dal mio arrivo a Roma e da quando mi chiusi al di qua della porta della mia nuova casa, be’, erano già scivolati via, diciamo, una quantità di anni che servono di solito a un personaggio – diciamo tipo me – per diventare un classico dell’Occidente.

«Io allora me ne vado, a fra poco» ho detto, lasciando la stanza sempre al buio, correndomene via come si scappa da una folla appena ci si rammenta della propria e troppo umana natura di personaggio tragico. «A fra poco che?» mi ha fatto inaspettatamente eco Y. «Non scherziamo, eh! Portami con te» ha aggiunto poi. Ero sulla soglia, una mano sulla maniglia e l’altra a stringere le chiavi, pronto a richiudere con un paio di mandate e correre fuori, sul pianerottolo, per le scale, per l’androne, fuori finalmente per la strada, un po’ d’aria fresca pure se ferma e sporca e notturna. Invece no. E no. Mi sono bloccato. Sconcertato. Via via infastidito. «Ma dove ti dovrei portare?!» gli ho gridato allora dal piccolo ingressetto. «Che faccio?» ho continuato, «mi porto un teschio sotto braccio? Un teschio sotto braccio al cinema, mi porto?» Nessun rumore, nessuna parola per un po’. E quindi stavo per premere di nuovo sulla maniglia quando Y. riprende fiato – diciamo così – e mi domanda: «Ma dov’è questo cinema?» Mannaggia. Mannaggia a te, maledetto Y. Gli rispondo: «A via del Pigneto.» Y. continua: «Ah.» Silenzio. E poi subito riprende: «E ti stai a preoccupare, tu, di andare al Pigneto con un teschio sotto braccio. Cioè: tutta ‘sta nevrosi per paura di passar per strano, tu, vestito di nero dalla testa ai piedi, pallido e con le occhiaie, tu, hai paura di passar per strano. Al Pigneto. Ma tu guarda un poco la…» Un attimo di silenzio. E poi ha concluso: «Cammina, vieni qua, prendimi, andiamo. Sbrighiamoci.»

Ha vinto lui, alla fine. Ma ho strappato un piccolo compromesso: l’ho avvolto in alcune pagine di giornale. Poi, durante il tragitto in macchina, mi ha spiegato come facesse ad avere una così approfondita conoscenza del Pigneto – che io, per esempio, non avevo quasi mai sentito nominare.

Dopo ventisei minuti esatti in circolo concentrico per trovare uno spazietto dove parcheggiare, ovviamente e possibilmente il più vicino a questo cinema che si chiama Alphaville ed è sito in via del Pigneto 238, mi comincio a domandare – vedendo una caterva d’altre automobili sistemate un po’ di sbieco, un po’ con musi e posteriori ad occupare spazi che non potrebbero occupare, altre un po’ troppo sporgenti nelle carreggiate, abbandonate quasi al mezzo della strada – mi domando, insomma, se non sia il caso, visto che il parcheggio qui proprio non c’è e io mi innervosisco facilmente, di lasciare la macchina su un fazzoletto d’asfalto, visto poco prima, fra delle strisce pedonali e il gomito di una curva, che, considerato non guido da decenni, e non osservo la città e men che meno so calcolare spazi e loro annessa praticabilità, non so giudicare se possa andar bene o no, e nel mentre che il tempo passa – poco, ma passa – e mi domando se quello sia effettivamente un parcheggio oppure non lo è, parcheggio?, non parcheggio?, realizzo, di colpo, come infilzato al collo da un dardo velenoso che invece di paralizzarmi mi rende invece più lucido, sciolto, cosciente, mi porta a realizzare dunque che l’alternativa è tornarmene a casa, poiché prima o poi il film comincerà a esser proiettato, e il tempo, seppur lentamente, scorre e come. Fatto: do quindi un colpo isterico d’accelleratore, sterzo tutto, mi fiondo nello spazietto tra strisce e curva a gomito, freno, freno a mano, spengo il motore, tiro via la chiave e mi lancio fuori dall’auto. Mi scordo però di Y., impacchettato sul sedile. «Grazie» mi dice, appena riapro lo sportello, prima che potessi aprir bocca per scusarmi.

La stretta, buia, ripida, incolta e spoglia via del Pigneto. Pochi passi e da una piccola porta vetrata coperta dall’interno, per metà, da un drappo nero spiegazzato, arrivano dei flash bianchi e grigiastri a intermittenza. Mi avvicino ancor di più e leggo, sopra la porticina vetrata, la scritta “Alphaville”. Al di là del drappo vedo cinque o sei teste, delle silhoutte di teste nude, mi sembrano tutti uomini, forse una donna, e dalla piccola porzione di schermo visibile – un telo da proiezioni, né piccolo né grande, diciamo della giusta misura, perché no? – vedo in bianco e nero la figura di quello che mi pare essere un samurai, un samurai agitato e arrabbiato e isterico come me quando mi fiondo su un parcheggio di fortuna, e poi mi accorgo che lo conosco, che di lui mi ricordo, mentre con la coda dell’occhio vedo che accanto a me c’è un cavalletto con sopra un cartonato, una locandina: la programmazione della settimana dedicata ai 450 anni esatti dalla nascita di Shakespeare, e leggo – nonostante il buio, ma i miei occhi al buio danno ormai il loro meglio – che quello è il bravo attore di cui ho sentito parlare benissimo, Toshiro Mifune, e il film è Il trono di sangue di Akira Kurosawa, che rifece anni fa questo suo Macbeth ambientato nel Giappone feudale a lui tanto caro. «Akira Kurosawa» dico a voce alta, senza accorgermene. «Akira Kurosawa» fa eco Y. «Statti zitto, tu» gli dico, e lui controbatte piccatissimo «Ma quale zitto, su, fammi vedere Kurosawa», e io sbarro gli occhi e per poco non caccio un urlo, ma poi mi limito ad avvicinare alla mia bocca Y. e a sussurrare minaccioso «Stai buono, e zitto, sennò ti ficco dentro al cassonetto», però Y., anche lui sussurrando minaccioso, mi dice «Se non mi fai vedere Kurosawa e pure il film dopo, io, qua, mi metto a urlare forte, ma proprie forte, e finché non viene gente e vede che non sei tu a urlare, ma proprio un teschio, un teschio avvolto nella carta di giornale.»

Sul finale del film di Kurosawa ho aperto la porta e sono entrato tenendo Y., con entrambe le mani, dietro la schiena. Questo piccolo cineclub di nome Alphaville, ho pensato, è piccolino, sì e no una trentina di posti a sedere, sedie normali, piccolino però il film si vede bene, guarda, guarda pure che casse, senti che sonoro, si vede bene il film, tutte le cose al loro posto, la biblioteca sulla sinistra, la videoteca sul muro di destra, la signora vicino al proiettore che adesso mi guarda e mi fa cenno con la testa dev’essere la proprietaria o comunque la responsabile, be’, insomma, piccolo ma ben messo, carino, e Il trono di sangue finisce con la nenia giapponese del coro finale, annichilente, nostalgico e cavernoso. Rumore di sedie e di scarpe, scarponi, fruscio di giacconi e sciarpe, e si riaccende la luce – accidenti, che botta, l’ho sentita addirittura fischiare nelle orecchie! Da quant’è che non venivo illuminato?

In un famoso libro del celebre scrittore catalano Enrique Vila-Matas, il narratore, nonché protagonista del racconto e critico letterario, va a trovare suo figlio che vive a Nantes – mi pare: questo figliolo fa il libraio insieme alla sua fidanzata, e non se la passa proprio benissimo: costui è “malato di letteratura” e, all’atto pratico, per farla breve, visto da fuori sembra un po’ pazzo – uno stramboide che è a tanto così dall’esser pericoloso per sé e per gli altri. Nel raccontare un episodio che ha avuto luogo in un ristorante – episodio in cui prende vita una stranissima e accesa discussione – il narratore inventato da Vila-Matas inizia col dire che suo figlio, in quella circostanza, gli ha ricordato in tutto e per tutto il personaggio di Amleto. Questo amletismo – vado a memoria, al solito – il narratore lo riscontrava in certi aspetti del comportamento, tipici del personaggio shakespeariano: uno era la “cortesia con fare cerimonioso”; un altro era “l’adombramento malinconico”; un altro ancora la “follia simulata”. Più altri, che ora proprio non ricordo.

La signora dell’Alphaville mi viene incontro. Mentre le otto-dieci persone che poco prima erano sedute si mettono in fila per uscire in strada, io rimango fermo, tre passi dentro il locale – più vicino alla soglia che non verso le seggiole – sempre con Y. ben nascosto dietro la schiena. «Buonasera!» mi fa la signora dell’Alphaville, all’improvviso, prima di essermi a distanza di conversazione. Ecco: è qui che in mezzo secondo ho pensato che erano anni, tanti, troppi anni, che non parlavo più con esseri viventi e contemporanei, e che m’ero scordato com’è che si fa ad approcciare una comunicazione, a mandarla avanti quel tanto che basta per parlare poi senza fatica, un poco più sciolti – m’ero scordato pure la sensazione d’essere sciolti durante un dialogo; rischiavo insomma la paralisi a oltranza, l’inazione per indecisione, insomma, cose che ho già provato, in realtà; ma l’ombra gelida spettrale di quella sensazione era lì lì per attanagliarmi, di nuovo, ho pensato, e allora mi è venuto in mente quel libro di Vila-Matas, quel breve elenco di comportamenti amletici, stilati da un amletista molto attento, dacché nel momento in cui li lessi, mi ricordo, sogghignai compiaciuto, e allora, al termine di questo benedetto mezzo secondo, ho finalmente deciso: ricalchiamo i comportamenti che dice Vila-Matas. Magari, però, evitiamo quella faccenda della “follia simulata”, ho sentenziato mentalmente, un istante dopo il «Buonasera a lei!» quasi urlato di rimando alla signora dell’Aplhaville.

Mi sono ricordato com’è che ci si relaziona a pubblicamente. L’elenco di Vila-Matas mi è servito da canovaccio. Se mai dovesse leggere questo scritto, be’, grazie molte, Enrique. La signora dell’Alphaville ha sgranato gli occhi a certe mie esuberanze vocali e a certi miei silenzi inaspettati, a certe risate inutili e sguaiate, a certi repentini e insensati sguardi torvi. Ma ha assorbito tutto con una pazienza e una cortesia quasi commoventi. Ringrazio anche lei, signora dell’Alphaville, semmai leggerà questo scritto. La ringrazio soprattutto perché, al momento di firmare la tessera di sottoscrizione al cineclub, ho indugiato non poco prima di scrivere nome e cognome, e lei, sempre cortese e discreta, non ha aperto bocca nel vedermi disegnare svolazzi incomprensibili che pretendevano d’essere strani grafemi messi in fila per assomigliare a Mario Rossi.

Un Amleto di meno, di Carmelo Bene. Non l’avevo mai visto, ma della sua fama – intendo del film, anche se quella di CB stesso era ovviamente assai superiore – ne ebbi conto già quando uscì nelle sale, ovvero nei tardi anni Settanta. Sapevo anche del lavoro teatrale di CB, del suo tentativo di operetta, delle infinite e particolari riletture che avevano alla base il testo ora prosa ora pometto di Jules Laforgue – che per primo, davvero, mi rilesse e mi riscrisse, capendomi più dello stesso Shakespeare che pure, per me, face tanto, più di tutti — m’inventò.

Dopo una breve introduzione a braccio della signora dell’Alphaville, buio in sala e via con la proiezione. Questo Amleto di meno è frenetico, musicale e colorato, ho pensato, dopo pochi minuti. «Colorato, colorato» ha ripetuto una voce che non sapevo di chi fosse ma che poi, appena formulata mentalmente la domanda, ho ricondotto a Y., poggiato incartato sulle mie ginocchia – nel fattempo, in corrispondenza delle orbite oculari, avevo fatto due buchi nella carta, così che anche lui potesse guardare il film. «Senti», continua poi Y., «fammi il piacere: tanto stiamo in prima fila, nessuno ci guarda.» Vertigine. E senso immediato di nausea. Più Y. parlava, seppur a voce bassissima, più mi sentivo formicolare il viso, le mani, le braccia, le gambe: di colpo il terrore che qualcuno potesse sentirlo, capendo che quella voce non proveniva da una persona ma da un crano incartato in fogli di giornale; mi sono immaginato poi che la signora accendesse la luce, bloccasse il film e, piombando su me e Y., si mettesse a urlare incredula e terrorizzata, per poi chiedere aiuto ai presenti e correre in strada con le mani nei capelli. «Mettimi più alto. Mettimi tra la clavicola tua e il bavero del cappotto» ha concluso Y. Io, paralizzato, pensando però che se avessi eseguito l’ordine Y. si sarebbe poi azzittito per tutto il resto della serata, ho trovato non so quale risorsa – o il corpo l’ha trovata per me – e, meccanicamente, mi sono portato il teschio di Y. ad altezza della clavicola, ho spostato un po’ il bavero del cappotto e lì, in questo spazio, sono riuscito a incastrarlo. E così ci siamo goduti il film. Fino alla fine.

***

Amleto si mette in affari è il film di Aki Kaurismaki – in bianco e nero; e a me, il bianco e nero, piace in una maniera davvero particolare – per cui io e Y. abbiamo deciso di tornare all’Alphaville anche la sera dopo. A dire il vero, è andata così: tornati in macchina dopo l’Amleto di meno, che ci ha molto divertiti, io e Y. ci siamo messi a parlare del più e del meno, ed è venuto fuori che a entrambi, alla stessa maniera, dava il voltastomaco l’idea di tornare a casa, in quel gorgo monolocale inghiottito dal buio, denso di tenebra, e anche qui, a entrambi, è venuta la stessa idea, associando casa nostra a quel caos maligno e primordiale e indefinito di cui parla Esiodo nella sua Teogonia (una lettura comune sin dai tempi in Danimarca). Si è deciso così di rimanere a dormire in macchina e di restarcene al Pigneto. Aspettando l’Amleto di Kaurismaki in un tedio un po’ più luminoso del solito.

Di nuovo all’Alphaville, ho seguito ancora una volta il canovaccio di Vila-Matas, ma con maggiore sicurezza, maggiore spontaneità. La signora dell’Alphaville sembrava persino contenta di rivedermi.

Con Y., in prima fila, abbiamo ripetuto la stessa manovra. Ci siamo goduti l’Amleto di Kaurismaki, che è un film assai fedele alla mia storia, seppur ambientata in una Scandinavia finnico-tardomoderna che non mi appartiene – personalmente, mi appartiene di più il vuoto bianco-teatrale imbrattato di colori allestito da Carmelo Bene.

Film davvero molto bello, comunque. Al momento del congedo, ho ringraziato la signora dell’Alphaville per la bella rassegna messa su, ma l’ho fatto, mi pare, o almeno ho questa sensazione, senza il pensiero di dover seguire il canovaccio di Vila-Matas: è stato un ringraziamento sincero, insomma. Lei ha compreso che le mie parole erano finalmente genuine, e forse, per un attimo, credo abbia persino capito chi fossi: le si sono inumiditi gli occhi. Mi pare abbia persino iniziato il movimento che porta all’abbraccio; ma si è subito ricomposta. Varcando la soglia dell’Alphaville, con la coda dell’occhio, sono sicuro di averla vista agitare una mano, in segno di saluto, all’indirizzo di Y., che portavo sotto il braccio, e del quale, come per un mucchio di altre cose, la signora non ha mai fatto parola. In macchina, Y. mi ha detto di non aver visto, o di non essersene accorto. Ha cambiato poi discorso, dicendomi che per me non c’è speranza: mi interesserò sempre e soltanto di libri, di film, componimenti musicali, qualsiasi cosa, purché parlino quasi esclusivamente di me. Io ho sorriso. Ho pensato a quel quasi. Poi ho detto: «Io continuo a non aver voglia di tornare a casa.» Y. ha replicato: «Lo stesso vale per me.» Poi ha aggiunto: «Però, mo, che scusa ci inventiamo?» Al che, sentendo uno strano accenno di esaltazione, ma a dire il vero anche di pace, forse persino di tranquillità, di umore buono, no, togliamo l’esaltazione e teniamo tutto il resto, insomma, pervaso da queste strane e piacevoli sensazioni che sul momento, comunque, non ho di certo riconosciuto, ho risposto a Y.: «Dormiamo di nuovo qua in macchina, intanto.» Mi ha poi attraversato una frase. Il ricordo di una frase. Anche se adesso, però, non sono tanto sicuro fosse un ricordo. Forse il ricordo della frase me lo sono creato al momento. Comunque, ho continuato e concluso dicendo: «Se è vero che, come ho letto di recente, ogni personaggio moderno è un personaggio-Amleto, allora, Yorick, stai tranquillo: entro domani sera una scusa per tornare al cinema, in qualsiasi cinema, di sicuro la troviamo.» Ho rigirato il teschio di Y. verso lo schienale del sedile e ho steso il mio. Poi ho chiuso gli occhi e ho cominciato a far finta di dormire.

Memorie dall’Iperparco

(Questo racconto è apparso nella rassegna stampa di settembre 2014 a cura dell’agenzia letteraria Obliquehttp://it.scribd.com/doc/242288362/La-rassegna-stampa-di-Oblique-di-settembre-2014. Un ringraziamento a Leonardo Luccone e Giuliano Boraso.)

 

C’è un ragazzino dal collo lungo e bianco, la testolina scorticata, i calzoncini gialli, che corre intorno alle panchine, alle persone, ai cestini dell’immondizia, sul cemento e sull’erba. Ogni tanto squittisce e alcuni bambini gli corrono dietro. Poi smettono. Poi lo inseguono di nuovo. Lui non si ferma mai, non si affatica. Dall’alto, le sue traiettorie sono ipnotiche e sembrano addirittura un messaggio in codice.
Ogni tanto il lavoro mi distrae. Quando torno a guardare fuori, mi accorgo che il ragazzino ripercorre la sua scia all’infinito, con la stessa velocità di quando ha iniziato. S, U, …, T? Vorrei chiamare qualcuno e invitarlo a guardare, chiedere un parere.Ma ho paura. Più che di passare per matto, paura di far vedere che invece di mettermi a lavoro penso ad altro, a qualsiasi cosa, la più stupida.

Quello sotto di noi è un parco artificiale. L’unico in città, il più grande di tutta la regione. Da ogni punto lo si guardi, va a perdersi oltre l’orizzonte. Nel cuore c’è persino un bosco di betulle. Lì i ragazzini non  vanno; loro rimangono nei pressi dei campetti, dellealtalene, delle panchine. Sono gli adulti, o più spesso i vecchi, ad avventurarsi lenti, bastone alla mano, per respirarne l’aria pura.
Il ragazzino continua a correre. E ormai è passata un’ora. Fra l’erba sono comparse strisce di terriccio calpestato. Vedo i segni di una S e una U. Ho idea che il ragazzino stia cercando di comunicare qualcosa. Anzi, ormai ne sono quasi sicuro. Ma rimango a fissare le zone d’erba calpestate per tutto il tempo che serve a convincermi che non sia pura suggestione. Quindi mi decido e chiamo un collega. Gli chiedo cosa vede. «Quello sembra un 8. No, una S. L’altro un ovale. Una O? Una U? Però scusa, io non  vedo nessun ragazzino coi calzoncini gialli.»
Il ragazzino, in effetti, non c’è più. Ma le tracce sono lì.

Piove anche oggi. Ma più forte. A stilettate. Proietto sulla gente le occhiatacce torve verso il cielo. Come per dire di far più piano, perché così è puro accanimento. Di quelli innaturali.
Il parco era già qui quando mi trasferii. Venne costruito all’incirca vent’anni fa; io, in cinque che ci abito così vicino, non l’ho mai percorso per intero.
Alle sei e trenta di mattina, un lunedì, dieci di ottobre, mi alzo e decido di farlo per la prima volta.

*

L’umidità forma piccoli e densi banchi di nebbia, lunghi non più di tre passi. L’erba è scivolosa e il terriccio è fango. Indosso un paio di calosce e due felpe, una sopra l’altra, e un berretto di cotone calato quasi fino agli occhi.
L’edificio nel quale lavoro svetta a una cinquantina di metri dall’entrata del parco. È grigio e spento, e si staglia scuro sull’azzurro del cielo che va rischiarandosi.
Mi addentro. Già dopo un paio di falcate mi trovo dove qualche giorno prima il ragazzino stava inseguendo le sue traiettorie alfabetiche. Le tracce non ci sono più. Il terriccio e l’erba si sono rimescolati, tornando a essere una superficie uniforme e compatta. Mi disturba il riflesso metallico del sole sulle piccole pozzanghere. Hanno l’aspetto di un’intrusione artificiosa, un accenno alieno. È disorientante. Vado avanti evitandole, ma con la coda dell’occhio intenta a fissarle.
Arrivo vicino a uno scivolo, circondato da un perimetro di sei panchine di legno. Su una di queste c’è una busta di carta con dentro del pane secco. Nemmeno un piccione a beccarne le briciole. Soffia un  vento leggero, ma non si muove nulla.
Continuo a camminare. Guardo l’orologio per la prima volta: sono le sette e dieci. Dovrei tornare indietro: sono sudato, i vestiti umidi. Devo lavarmi. Davanti a me, sul confine basso dell’orizzonte, vedo le linee rade del bosco di betulle.
Prendo il cellulare. Lo spengo. Decido di continuare verso il centro del parco.

Il sole comincia a scaldare. Tolgo il berretto, ma la temperatura è ancora bassa. Ho percorso all’incirca due chilometri, a passo sostenuto. Mi ritrovo in un piccoloavvallamento. Ci sono pochi alberi. I fili d’erba sono alti e l’umidità è maggiore. La luce dirada la nebbia leggera. L’edificio, alle mie spalle, ormai è scomparso.
Sento scricchiolare dei rametti. Il rumore arriva da direzioni diverse. Mi fermo. Strizzo gli occhi e guardo a destra e a sinistra. Il rumore si fa subito meno intenso. Sembra andarsene verso la boscaglia. Poi scompare. Dopo un tratto di salita ripida mi sentoaccaldato e stanco. Tolgo una felpa, la stendo a terra e mi ci siedo sopra. Sono quasi le otto. Salterò il lavoro senza aver chiaro il perché. Mi rialzo, lego la felpa in vita e riprendo a camminare.

Arrivo finalmente sulla soglia del bosco di betulle. È profondo e adombrato. I tronchi affusolati sono bianchi, lucenti di umidità, e le macchie nere sulle cortecce sembrano grosse sanguisughe. Rimango fermo per un po’, finché non mi pare di sentire un ronzio sordo provenire da lontano; è più una vibrazione, e sembra scuotere le fronde degli alberi. Un terremoto invisibile, sospeso in aria. Mi guardo intorno, d’istinto, per vedere se qualcuno mi ha seguito: non c’è nessuno. Annuisco, mi stringo la felpa in vita e entro nel bosco.

Da qui, varcata la prima fila di tronchi alti e canuti, l’esplorazione si blocca. Davanti a me una nebbiolina grigia, ferrosa, avvolge gli alberi stringendoli uno addosso all’altro. Il ronzio è continuo, la frequenza aumenta, e sento la sua  vibrazione salire fino alla bocca dello stomaco. Mi giro nella direzione opposta; la piccola zona concava del parco è sparita anch’essa nella nebbia, ma in una più chiara, biancastra, rarefatta. Sento di nuovo lo scricchiolio dei rametti. Torno a guardare verso la profondità del bosco, e la sagoma di un bambino prende a correre all’improvviso verso di me, fuggendo dalla nebbia oscura. Ha un’andatura distesa, a lunghe falcate. Via via, la sua figura si fa sempre più nitida. Riesco lentamente a distinguerne i tratti. Quando la distanza che ci divide mi permette di osservarne lo sguardo, lo vedo accelerare. Finché mi arriva davanti. Indossa gli stessi pantaloncini gialli. Da vicino, il suo viso è sporco, pieno di taglietti e lividi.
«Ti sei perso nell’iperparco» mi dice. Lo guardo, cercando di studiarlo, di capire se sia vero o una sorta di allucinazione. Poi scuoto la testa. «No» gli rispondo.
«Invece sì» fa lui. «Ma non è colpa tua. È che dall’iperparco non si esce.»
Guardo l’orologio. Sono le otto e trentasette. «Ti ho visto correre vicino al cancello. Tre o quattro giorni fa. Dalla finestra del mio ufficio. Eri tu. Avevi gli stessi calzoncini» gli dico, indicando le sue gambe piene di sbucciature e punture di insetti.
«Non 
ero io» mi risponde. «Io sono in questo punto del bosco da due mesi. Mai allontanato.»
Mi avvicino. Il suo volto, la sua figura, hanno un’aria familiare, di una persona già conosciuta parecchio tempo fa. Sto per dirgli che non è possibile che si trovi qui, da solo, da tutto questo tempo, ma mentre apro la bocca lui dice: «Dall’iperparco affiorano lecose di tanto tempo fa. Hai visto me che correvo, ma forse correvo nel passato».
Rimango a fissarlo. Sembra convinto di quel che dice.
«Come ti chiami» gli chiedo, seduto di fronte a lui. Ci pensa. Quindi si sforza. «Mi sa che non me lo ricordo più» risponde.

Il cielo prende a farsi viola. Comincio a sentirmi stanco, intorpidito: ogni percezione fisica si affievolisce. Ho una specie di mal di mare. Sbando appena mi rialzo, barcollo a ogni passo. Ho la sensazione di essere rannicchiato dentro la mia testa, a mollo in un liquido viscoso. Il ragazzino continua a parlare, ma non colgo il senso delle sue frasi. Vedo, o forse immagino, una boscaglia fitta, verde scura, ferma, come da dentro una bottiglia. Nelle orecchie mi rimbomba il suono della parola «iperparco», con ogni occlusione labiale che si trasforma in un’esplosione sorda, e l’ombra del senso stesso della parola che si allontana nel centro della visione che ho davanti.
Avverto una sconfinatezza nauseante e a più piani. Non è una semplice estensione sullo spazio visibile: è qualcosa di sovrapposto, alterato; una sdoppiatura. La copia del luogo e del momento in cui mi trovo. Mi sento poggiato su un terrazzamento di livelli casuale, oltre una dimensione tangibile. Il tempo è frammentato: somiglia a una pioggia diagonale di secondi, dalla quale si può essere colpiti o ignorati. In sostanza, né si fluttua né si è immobili: accade qualcosa di statico che è il rimando di una vicinanza. La coscienza a cui mi sento appeso ha la stessa sorte del tutto in cui vengo rimescolato; ma è accesa in modo da percepire il suo stesso diradarsi, di controllare la propria disgregazione in ogni livello toccato.
Tuona una scarica violenta, che percepisco lacerante, verde e fredda, di una peculiarità notturna, e nel momento stesso in cui mi sento catturato da un particolare a caso, la parola 
«iperparco» mi si spalanca di nuovo nelle orecchie, stendendo il suono in unapolifonia inafferrabile, ma con la durezza e la realtà tangibile che di solito si riscontra in una salda comprensione mediante i sensi. Questa, col senno di poi, diventa la mia memoria dell’iperparco.

Sono sdraiato per terra. Sudato, col cuore in tachicardia. C’è luce. È mattino.
Sono nel piccolo avvallamento. Mi sforzo di vedere il bosco di betulle, ma non c’è. Ho solo una felpa addosso. L’altra, così come il berretto, è sparita.
Non so da che parte andare. Caccio qualche urlo nel tentativo di chiamare il ragazzino. Nel frattempo comincia a cadere una pioggia fina, quasi inconsistente.
Intorno a me non ho alcun punto di riferimento. Il sole è a picco, seminascosto da grosse nubi grigio-bianche. L’orologio segna le nove e sette del giorno dieci. Tiro fuori il telefono dalla tasca, ma non si accende. Mi sento debole e indolenzito, oltre checonfuso. Non riesco a capire in che situazione mi trovo. Per questo, forse, decido di lasciarmi guidare dall’istinto e inizio a correre verso quella che penso la strada del ritorno.
Durante la corsa ricordo alcuni scorci del parco, e appena l’immagine che ho in mente assume contorni definiti, mi ritrovo sbalzato da ellissi temporali fulminee che mi portano nel luogo appena ricordato. Il mio stato di confusione aumenta. Ma contemporaneamente assimilo il meccanismo: dopo tre volte, alla quarta mi sforzo di immaginare l’entrata del parco, e nella visione ci metto dentro anche il ragazzino con i calzoncini gialli.
Sono accanto al cancello, a pochi passi da una fontanella e da una panchina di legno su cui è seduto un anziano che guarda per terra. Do un’occhiata intorno, girando su me stesso: l’edificio grigio, gli scivoli, l’erba, i viottoli di terra battuta, le pedane di cemento, gli alberi, il cancello, la fontanella, la panchina con l’anziano seduto, poi ancora l’edificio. Guardo di nuovo l’orologio: le nove e dieci. Per sicurezza chiedo l’ora all’anziano. Le nove e dieci anche per lui, e continua a guardare a terra.
Alzo gli occhi verso le finestre dell’edificio. Dietro quelle più basse riesco a vedere delle persone muoversi rapidamente. Ringrazio il vecchio e varco il cancello continuando a guardare le finestre.

Il progetto Ms

(Questo racconto è apparso, il 28 agosto 2014, nella rubrica “les nouveaux réalistes” di Nazione Indianahttps://www.nazioneindiana.com/2014/08/28/les-nouveaux-realistes-stefano-felici/. Un ringraziamento a Francesco Forlani.)

 

«Ma il meccanismo è un’illusione, e consiste proprio in questo: ti compare una schermata di parametri e linee, grafici senza senso, percentuali di completamento, e poi, sempre con tutto bene in vista, come se un’infinità di ingranaggi avesse trovato l’allineamento perfetto, finalmente uno, due, tre, quattro messaggi che in sequenza ti dicono che ora funziona, che è tutto a posto, che si può cominciare: davanti a te hai il superamento dell’intelligenza umana e non hai che da chiedergli qualcosa; ma dietro, in tempo reale, ci siamo noi e quelli di sopra, più quelli di sopra a quelli di sopra, e così all’infnito. È ovvio, sì, non me lo devi nemmeno dire; ma tu hai capito qual è il magma, il vibrante di tutta l’illusione?»

Sono quattro ore diagonali e il sole picchia duro alla finestra. A me non va più di lavorare. E ho una sete preoccupante.
Sopra i muri bianchi hanno appeso le stampe stilizzate dei quadri dirigenziali. «Sono dei Mondrian orrorifici, e se li guardi bene riesci a leggerci persino com’è che finirà il mondo.»
Io, a queste cose, dette dalla gente ironica per bella mostra, ci credo. Ne spiego la ragione: non penso che parlino per bocca propria. Sono terminali di un flusso, una parobola di ritorno messa in circolo da lontano, che arriva quando deve. E chi pensa di scherzare è solamente attraversato.
Chi mette in circolo queste cose, alla fonte, è il maligno. Io ci credo. E dal momento che in queste cose ci credo, penso corrispondano alla verità. E perché il maligno dovrebbe dire la verità, se è maligno?, mi si chiederebbe; e io risponderei: gioca. Ha così tanto vantaggio che ormai la partita è vinta. Anche se non c’è alcuna partita. Eppure, la vittoria esiste.
Così, da uno scompartimento all’altro, ci passiamo bigliettini di auguri, oppure ci congratuliamo per un giorno in più trascorso nell’edificio e non a casa. Un altro collega ironico, di quelli attraversati, mi racconta spesso – e quando racconta, forse non se ne accorge, ma ha una scarica di spasmi ai muscoli facciali da far vomitare per il terrore – tutta una storia che finisce con un uomo che passa a casa cinque giorni di fila, senza mai uscire, e siccome capisce che uscire di casa non ha più alcun senso, e non avendo alcun senso nemmeno la sua casa, alla fine si suicida. E io gli dico che una volta ho trascorso a casa tre giorni filati, e lui mi dice che cinque non è tre, e poi arriva un altro che sul piatto dei giorni ne mette quattro, ma quattro non è cinque, e per gradi prende corpo il terrore, in tutti, ma lo nascondiamo, o forse alcuni non hanno capito che questa storia dei cinque giorni non è ironia, è presagio, squarci di futuro offerti dal maligno. E chi parla è parlato.

I pavimenti dell’edificio sono viola cangiante. È stata la scelta di un lungo consiglio amministrativo, durato due giorni. In quei due giorni, nessun dirigente o rappresentante è mai uscito dalla sala riunioni. A noi impiegati è arrivata una mail. Oggetto: pavimenti viola cangiante. Io non l’ho nemmeno aperta.

Quando sento i racconti sul reparto programmazione, capisco che le star sono loro. In pratica, sono al centro del progetto. I pavimenti? Opera loro.
Ho una vaga idea che il maligno sia una manipolazione dei programmatori. Di sicuro, hanno peso decisionale su tutto. Mi è stato detto: «I pavimenti viola cangiante li hanno voluti i programmatori. Si sapeva dall’inizio. È stata una guerra titanica fra il loro rappresentante e l’amministratore delegato. Tutti gli altri sono rimasti a guardare. Esclusi. A fare i testimoni, al massimo. L’amministratore delegato voleva un bianco giallastro, i programmatori il viola cangiante. I programmatori l’hanno spuntata per il loro peso politico, non c’è nemmeno da dirlo. Ma senti qua: il viola cangiante, su certe persone che hanno una non so quale area del cervello particolarmente sviluppata, ha lo stesso effetto della cocaina. È una droga, in pratica. Questa cosa è uscita fuori nel mezzo del consiglio. E il bello è che forse si è rivelata la carta vincente.»

Ora: io sono agnostico, e nonostante il bruciore sulla nuca di quando penso a una vita consegnata alla volontà altrui, non ho proprio voglia di crearmi un olimpo di oggetti filosofici. Quindi la mia condotta per contrastare il maligno, semplicemente, è scandagliare il mio vissuto con un gioco di sponde, e in differita.
Spero comunque di scovare il bene. È ovvio. Ma lascio filare. Vorrei godere del contrasto dei due opposti che si sfidano per sancire chi ha la meglio, nel minor tempo possibile, come nello sport e nei racconti.

In camera resistono ancora due testoline di gambero in decomposizione. Emanano un fetore tagliente. Stanno dentro una vaschetta di plastica, per terra, sotto la finestra. Con una folata di vento, sono costretto ad andarmene in bagno.
Mi servono, credo sia superfluo dirlo, come indicatori di attinenza al reale. Se scompaiono, è la fine. Io non esisto, il maligno si è insediato, e tutto ciò che ne consegue.

«Il progetto Ms, in pratica, ti offre l’opportunità di tornare a credere in qualcosa di, capisci, di spesso, duro, compatto; Ms è il marmo sui cui camminerà chi ha paura delle sabbie mobili, se rendo l’idea. È stato creato da chi non ha bisogno che delle propria catarsi intellettuale, e questa, anche se non può essere rivelata a un utente Ms, è allo stesso tempo la sua garanzia a vita per il reale, per il reale come vero, come utile, per il reale come unica cosa che serve a chiunque. Parlare di illusione vale solo per noi, che facciamo un discorso su Ms. Ma Ms è progettato per esser fruito come un discorso. Per starci dentro. E ha dei firewall di concetto, lasciami dire, praticamnte inattaccabili.»

Ho passato l’ultimo mese a farmi domande, e ho rischiato sul serio di dimenticare la parte più difficile dei percorsi amministrativi. Mi servono quindi dei feticci di riferimento in cui poter salvare il groviglio delle mie intuizioni, dei miei ragionamenti. Faccio piccole sculture.
Sono ancora dell’idea di rimanere agnostico, ma il pensiero è il pensiero, e fa sì che io non sia un qualsiasi altro animale. È un’attività costante e necessaria, mio malgrado.
Pensare porta a domande, farmi domande mi è deleterio, quindi, come accade a tutti prima o poi, ho costruito un ponte di alleggerimento tra pressione psichica e realtà.
La prima scultura l’ho creata incollando una banconota da cento, vera, su un paralume merlettato. È una scultura elementare. Mi è venuta fuori, banalmente, perché ho pensato di dover eliminare i soldi dalla mia concezione di presente. E il paralume era lì.
La seconda scultura mi serve tutt’ora per allontanare l’ossessione del maligno: è una forchetta di plastica piantata in un vasetto di terriccio, che annaffio ogni mattina facendo pipì. Nel terriccio c’è il seme di una mela. Il dispositivo è semplice: finché la scultura rimane com’è, non ho alcun tipo di preoccupazione esistenziale.

Sono cinque ore diagonali e ancora non è tornata la voglia di mettermi a lavoro. Il lancio delle nuove serie di architetture per software aziendali è in preparazione. Ogni mattina, trenta fra dirigenti, informatici, psicologi e filosofi d’industria si riuniscono per degli interminabili brainstorming nella sala riunioni B, quella più piccola e calda. Gira voce che le idee migliori arrivino a un passo dalla crisi isterica.
Noi, del sedicesimo piano, facciamo il nostro. È il classico lavoro di routine. Siamo visti come i miracolati dell’azienda, e in un certo senso passiamo per quelli che sanno viversela: posto sicuro, guadagno modesto e poche rogne in generale.
Sappiamo così tante cose sull’edificio. E soprattutto di chi ci sta dentro. Perché sono gli altri a venire da noi a raccontarcele. Siamo la latrina per le loro congestioni psicologiche. Forse, ma non a ragione, pensano tutti che neanche sappiamo cosa farcene di queste storielle senza senso, che invece, decriptate, sono informazioni letali sui movimenti di questo o quel flusso di contingenze, questa o quella testa che si vuol tagliare: l’arazzo composto dalle storielle è, in poche parole, la diagnosi segreta della stessa azienda, che a sua volta è il totem del paese. E io l’ho capito.

Ho fatto altre sculture, ma devo essere sincero: non bastano.
Comincerò a scrivere un diario. No: una silloge. Ma romanzata.
Lo so, che cazzo, che è tutta un suggestione momentanea. E che mi tradisco. Ma non posso ignorare lo scarto tossico che continua ad ammucchiarsi sulle nostre teste, qui, in questi scomparti. I miei colleghi cominciano ad avere più di qualche sospetto sul fatto che gli altri ci vengono a dire, nascosti dal piglio aneddotico, com’è che falliremo. Questi narratori incontinenti sono come i colleghi ironici che parlano parlati, i mediatori del maligno, ma loro, gli altri, i narratori, lo fanno con coscienza – e con intenzioni diverse: metterci in salvo. (Sono loro il benigno?)

«Sì. Qualcuno che proprio non sopporta il progetto Ms, e intendo proprio nella sua essenza, mettendone in discussione le fondamenta, c’è. Si potrebbe dire che è una fazione nella fazione. Nel senso che quella dei programmatori è, a tutti gli effetti, una fazione; e al loro interno c’è un gruppetto, diciamo, di dissidenti. E questi non sono mica gli ultimi arrivati: sono esperti, hanno voce in capitolo. Sono pochi, questo sì, ma il loro pensiero è ascoltato, soppesato, e spesso non lo si può ignorare. Se qualcosa va a rilento – e finora è stato così – è a causa loro. Ma la questione importante è un’altra.
La questione è l’impatto che Ms avrà su questa realtà. Se hai studiato la storia, sai quali sono i meccanismi delle forme a scala globale calate dall’alto: qualcosa non si incastra, eccede, e viene amputato. Però, stavolta, la responsabilità percepita è oltre l’umano: e intendo, per responsabilità, l’impatto sul reale con causa ed effetto constatabili, consultabili, tangibili. Prendi la prossima asserzione come il proseguimento di quanto detto, e non come qualcosa da poter estrapolare: sarà la materializzazione di Dio. Le colpe verranno sganciate su Ms come bombe, e a loro volta fatte brillare.»

Ci sono, quindi, questi programmatori dissidenti che ci vengono a raccontare dei loro reflussi gastrici, delle partite a tennis interrotte da una pioggia improvvisa, e dei malori improvvisi appena svegli.
Ho messo insieme un po’ di queste storie, negli ultimi giorni. Ho un quadro e un abbozzo di teoria. Ve la dico in breve.
Il progetto Ms non è mai esistito. Non nei termini in cui se ne parla di nascosto in azienda. Esiste un progetto Ms, ma non è una soluzione: è una tappa. E avrà parecchio bisogno, ma davvero tanto, sul serio, dell’apporto più consistente che sia mai stato dato da parte del marketing. I brainstorming non vengono fatti per la nuova serie di software di architettura aziendale: vengono fatti per Ms.
Se Ms fallirà, a fallire sarà l’azienda. Il paese intero, non credo.
Questo, secondo la mia tesi, decentra il maligno dai confini del progetto Ms. I programmatori dissidenti, allora, non operano per il bene. Non direttamente. È proprio un’altra battaglia. Ma dei nessi, questo non lo escludo, possono anche esserci.

«Senti, questo proprio non dovrei dirtelo. Eppure non riesco a trattenermi. Non con te, almeno. Va bene. Dunque. Il progetto Ms non è interamente dell’azienda. Ne stiamo sviluppando solo una parte, ed è di quella parte, e solo di quella parte, che ci occuperemo nella fase operativa.»

È sparita una testa di gambero. Una sola.
Credo si sia intrufolato un topo. O magari è stata smembrata dalle blatte. La scultura del vasetto è sempre lì, uguale agli altri giorni. Però quella testa di gambero è scomparsa.
Metto una telecamera, fissa, sulla testa di gambero rimasta.
Sono preoccupato. Non riesco ad andare avanti se non per poche parole alla volta. E sconnesse. Le teste di gambero avevano una funzione precisa: eccola.

«Entrerà in funzione a ottobre del prossimo anno. È tutto pronto. A marzo cominceranno i test, quelli veri. Tra una ventina di mesi, tutti calati dentro Ms.»

Per i corridoi c’è il fermento delle guerre. Suonano anche piccoli allarmi a onde quadre. Tra gli scompartimenti si è smesso di parlare, e una strana paranoia sibilante ha cominciato a strisciarci intorno al collo.
Non riesco più a vedermi col mio informatore. Avrei voluto fargli leggere la mia silloge romanzata. L’ho intitolata: “Intrigo a palazzo”. C’è del sarcasmo, ma è del tipo auto-disinnescante: opera su se stesso, e leggendo la silloge si capisce perché, ci si impossessa della chiave, insomma.
La silloge è una premonizione di quanto accadrà: sono pensieri miei, aneddoti dei programmatori dissidenti e relative interpretazioni. Anche se sarebbe meglio chiamarle decriptazioni.
La chiave di volta della silloge è la combinazione di due aneddoti, di cui uno assente: quello assente riguarda me. E si capisce quale. Riporto dal testo:

È andato in vacanza per due giorni in questo paesino sul mare, dove non tornava da vent’anni. Ha trovato un paio di amici dei vecchi tempi e li ha convinti ad andare a pesca con lui, una domenica. Non sono riusciti a pescare nulla; ma hanno chiacchierato molto. Uno di loro ha un ristorante vicino al porticciolo, e all’ora di pranzo ci si sono diretti con grande appetito. I suoi amici hanno preso entrambi un branzino, mentre lui si è fatto portare dei gamberi belli grossi, ha detto. Erano una decina, e li ha spolpati di gusto, succhiandone le teste, nelle quali risiede quella poltiglia al tempo stesso amarognola e dolciastra. Il suo amico, il proprietario del ristorante, gli ha detto che i gamberi erano surgelati. Lui ha risposto che se l’aspettava, e che non era un problema; ha anche aggiunto che di gamberi ne mangerebbe, per quanto gli piacciono, di vivi, di crudi, e di morti in decomposizione.

Non dovrei aggiungere altro, ma la situazione, ora, è questa: c’è una voce su alcuni test clandestini condotti dai programmatori di Ms. E non solo quelli della nostra azienda. Anche di altre che, per quanto ne sapevo io, sono nostre concorrenti. Usano una rete privata per contattarsi. Inespugnabile, si dice.
Uno dei risultati di questi primi test clandestini, pare, ha provocato la svalutazione istantanea del mercato di una piccola area del centro america, che comprende alcuni stati come Belize, Honduras e Nicaragua. Nessuno sa spiegarsi quali possano essere i passaggi, la sequenza logica. Si è toccato un nervo a caso e si mosso un arto.

La testa di gambero decomposta, quella rimasta, è ancora lì. Ho visto il video degli ultimi tre giorni a velocità quadruplicata, e in effetti qualche blatta si avvicina a rosicchiare. Ma non tanto e non così avidamente da riuscire a farne fuori una intera in mezza giornata.
Se il maligno si manifesterà tra poco, non so se ritenermi fortunato: mi ritroverei morto, ma comunque su un picco del tempo.

Volgograd

(Questo racconto è apparso nel marzo 2013 sul secondo numero del bollettino letterario “Venti Nodi”, a cura dell’agenzia letteraria Studio 83. Un ringraziamento a Giulia Abbate e Elena Di Fazio.)

 

Ottobre ‘95

Mi accorsi del tempo trascorso guardando la finestra. Un cielo rossastro, qualche nuvola annerita a muoversi lenta tra i palazzi.
Mio padre era seduto sul divano. Illuminato a intermittenza dalla televisione, catturato da pensieri macchinosi. Mia madre, sulla poltroncina accanto, parlava al telefono a bassa voce, soffiandosi ogni tanto sulle unghie appena smaltate.
La scrivania era immersa nella luce giallognola dell’abat-jour. Un torpore lieve e nauseante, d’anticaglia, sottraeva alla mia attenzione le poche forze residue. Nonostante la sonnolenza, gli occhi inumiditi e stanchi, continuavo comunque a stare dritto sulla sedia e a far finta di studiare.
La televisione si azzittì di colpo, tra una pubblicità e l’altra. In un momento di completo silenzio avvertii lo sguardo di mio padre; la mia mano riprese immediatamente a guidare la penna, mimando sul foglio lettere dell’alfabeto e segni di punteggiatura. La pressione sulla punta, ogni tanto, faceva scappare dei segnetti d’inchiostro: un paio di a, delle z, delle b; mio padre continuava a osservarmi. Il mio sguardo, col suo a pesarmi sulle spalle, divenne ancor più concentrato: dovevo recitare la parte dello studente modello.
Sulla prima riga del foglio c’era il titolo di un racconto; appena sotto, l’inizio di un riassunto. Poche frasi. Sulla seconda riga non c’era nulla. Così anche sulla terza. Dalla quarta in poi cominciavano ad apparire serpentelli scarabocchiati e grovigli, labirinti, cerchi concentrici, omini stilizzati che si tuffavano da scogli appuntiti eseguendo salti mortali. Qualche lettera sparsa verso la fine.
La sigla del telegiornale, alle venti in punto, mi liberò dall’obbligo dei compiti. Feci un sospiro profondo e ben udibile. Stiracchiai le braccia, portandole sopra la testa. Aggrottai la fronte facendo finta di rileggere quel che avevo scritto; ripresi la penna e misi un bel punto fermo alla destra dell’inesistente frase finale. Dissi a mio padre che avevo finito e chiusi libro e quaderno.

Seduti al tavolo della cucina, mangiavamo il solito minestrone insipido del giovedì, preparato alla bell’e meglio da mia madre. Mio padre portava lentamente il cucchiaio alla bocca; impegnato nei suoi ragionamenti accigliati, fissava le losanghe rosse e scolorite della tovaglia. Le sue labbra erano catturate da leggeri spasmi e increspature — frasi mimate, rimosse — che spesso precedevano l’inizio di una discussione importante.
Continuando a fissare la tovaglia, chiese quanti dei miei amici avessero a casa un computer. Mi scappò un colpo di tosse secco, isolato, e rimasi in silenzio per un po’. Aspettavo quel momento da un paio di mesi. Eppure fui sorpreso che fosse lui a riaprire l’argomento. Risposi in maniera vaga, fingendo di dare più importanza al minestrone; lui mi guardò senza dire nulla e mandò giù un’altra cucchiaiata. Dopo un pesante sospiro, mi domandò se anche le femmine della mia classe ne avessero uno; annuii lentamente, aggiungendo d’istinto un sì dimesso e mortificato. Mio padre scrollò il capo verso il basso, tornando a guardare le losanghe della tovaglia. Mia madre finì il suo piatto e se ne andò in salotto, davanti alla televisione.

 

Gennaio ‘96

Trascorsi l’intera mattinata giocando a FIFA 96. All’ora di pranzo mio padre minacciò di staccare la corrente, e fui costretto ad andare a tavola; dopo nemmeno dieci minuti ero di nuovo davanti al computer.
Esaurita la smania dei videogiochi, aprii per curiosità Wordpad, e presi subito a battere sui tasti. Scrivevo ogni frase mi venisse in mente. Il bianco luminoso dello schermo mi sembrò da subito più invitante rispetto a quello ingiallito e smorto della pagina di carta.
Nello scrivere ignoravo, oltre l’ortografia, persino il nesso tra le parole che comparivano man mano. Dopo alcuni minuti la finestra era diventata lunghissima e zeppa di caratteri.
Senza accorgermene persi completamente l’attenzione. Mi misi a fissare il cursore lampeggiante a fine pagina, sovrappensiero, aspettando che il tempo si rimettesse in moto.
Mio padre riposava in camera da letto. Mia madre stava lavando i piatti. Nel tedio del pomeriggio domenicale, molto vicino al dormiveglia, ripresi a scrivere frasi senza alcun criterio.
Dalla mia memoria iniziarono lentamente ad affiorare alcune immagini confuse. Adombrate. Scene solenni e dense di un significato sfuggente, che rievocavano gli unici due libri che avessi mai letto — e neanche fino in fondo: Viaggio al centro della terra e Michele Strogoff. Me ne sorpresi, ma allo stesso tempo non passai granché a rifletterci. Accolsi quelle impressioni senza ragionare troppo.
Aprii un nuovo file, lo chiamai scene, e continuai a scrivere per tutto il pomeriggio. In testa avevo una strana sensazione ovattata.

 

Febbraio ‘96

I miei compagni raccontavano spesso le trame dei libri che leggevano. Si trattava di piccoli gialli o romanzetti di fantascienza, attraenti soprattutto per le loro copertine accese, con disegni in rilievo e inserti argentati o dorati; il bordo delle pagine verde-mela, viola, arancione. Quasi sempre c’era qualcuno che ne portava un paio in classe.
Chiesi a mio padre di comprarmene uno. Senza farmi finire di parlare, disse che in casa c’erano tutti i libri che volevo.
I libri che avevamo in casa erano impolverati e molto spessi. Copertine marroni, oppure di un verde smorto e noioso. I bordi delle pagine erano giallo-grigi, ondulati; ebbi un forte senso di nausea quando un pomeriggio mi misi a fissarli, con l’idea di sceglierne uno. Li lasciai tutti lì, al loro posto.
Decisi che leggere non era necessario. In fin dei conti si trattava di portare avanti storie altrui. Paesaggi, ambienti, persone: cose che probabilmente avrebbero corrotto la mia fantasia. La mia fantasia è molto meglio, pensai. E risolsi la questione.

 

Marzo ‘96

Un lunedì mattina la maestra entrò in classe sorridendo. Insieme a lei c’era il preside. Ci alzammo tutti e intonammo il nostro buongiorno con più enfasi del solito.
Il preside cominciò a scrutarci con i suoi occhi gonfi e socchiusi, tamburellando spesso la mano sinistra sul pancione molle, che strabordava dalla cintura dei pantaloni; la maestra, senza dire nulla, era già intenta a consegnarci, uno a uno, delle fotocopie di un documento con parecchie sottolineature. Insieme a quel foglio, unito da una graffetta in alto a sinistra, ce n’era un altro: era disegnato un grosso pellicano con uno scolaro sul dorso, intento a scrivere con una piuma d’oca su una lunghissima pergamena. Sulla sua testa una scritta enorme, tondeggiante, e che in origine avrebbe dovuto essere di un colore simile al rosso o all’arancione, ma che la fotocopia restituiva in un noioso grigio-carbone. La scritta diceva: “Le ali della fantasia”; accanto c’era anche un gigantesco punto esclamativo.
Il preside, sistemandosi gli occhiali, ci spiegò che si trattava del bando di un concorso letterario.
Bisognava scrivere un raccontino di poche pagine; sei, sette… e possibilmente rispettando l’ortografia: il minimo indispensabile per non fare brutta figura. Dopo un istante di pausa, il preside aggiunse che l’idea ci avrebbe senz’altro entusiasmato.
Restammo in silenzio.
La maestra intervenne dicendo che non si trattava di un compito impegnativo, che non avrebbe comportato voti, né obblighi; cercando di fugare ogni nostro dubbio, disse ancor più chiaramente che non si trattava di un tema o di un’esercitazione da svolgere in classe, e che avrebbe corretto personalmente ogni racconto prima della consegna.
Cominciammo a rilassarci e a fare domande. Anch’io ne feci qualcuna.

 

Aprile ‘96

Fui costretto a mentire a mio padre. Gli dissi che grazie al racconto avrei migliorato i miei voti.
Avevo insufficienze in quasi tutte le materie, e lui minacciò più di una volta di togliere il computer dal salotto per chiuderlo nel ripostiglio, in alto, sul piccolo soppalco.
Gli parlai del concorso. Ascoltò la mia bugia; sembrò pensarci un po’ sopra, ma alla fine, come sempre, mi credette.
La sera, mentre eravamo a tavola, mio padre volle sapere di cosa parlasse il racconto; dissi che trattava la storia di un soldato di Napoleone, ma che in realtà era solo una scusa per fare buona impressione sulla maestra; mi sarei concentrato soprattutto su ortografia e nozioni storiche, così da recuperare in un colpo solo due materie. Mio padre annuì e per un attimo lo vidi sorridere; si rivolse verso mio madre, dicendo a bassa voce che, alla fine, i soldi spesi per il computer non erano stati buttati. Annuì anche lei.

In realtà il racconto parlava di un ladruncolo. Un giovane alto e dinoccolato, simpatico. Moro e con gli occhi marroni, come me. La sua abilità era quella di correre molto veloce — talmente tanto da riuscire sempre a farla franca durante gli inseguimenti.
Un giorno, però, il ladruncolo viene rapito da una banda. Il capo della banda è una donna, che non gli lascia scelta: o ruba per lei un importante oggetto, oppure verrà ucciso. Lui ovviamente decide di rubare, per salvarsi.
L’importante oggetto — sul quale non ragionai più di tanto — era una collana d’oro massiccio con un rubino incastonato. Dopo una breve scena d’azione, il ladruncolo riesce a rubare la collana e la porta alla donna, che cambia idea su di lui: vista l’impresa compiuta, lei se ne innamora perdutamente e gli cede il ruolo di capo. Per di più sposandolo.
Nonostante le affinità col protagonista, che alla fine ero io, capii che di interessante c’era ben poco nel racconto. Ne venni subito a noia. Ma la verità è che non volevo scrivere alcuna storia.
A piacermi era soltanto l’atmosfera. Quella di un altrove personale. Un posto con regole diverse e gente che mi degnasse più attenzione. Nient’altro. La storia, come l’ortografia e la coerenza della sintassi, era solo un pesante vincolo da dover rispettare.

Erano le sei del pomeriggio. Me ne stavo sul divano, e dalla persiana filtrava una piacevole luce ambrata. Mia madre parlava al telefono nella poltroncina accanto, mentre mio padre doveva ancora rincasare dal lavoro. La televisione trasmetteva il tg del pomeriggio.
Dopo alcuni servizi sulla politica, ci fu il collegamento con un inviato. Venne mandato il resoconto delle sommosse di alcuni operai russi, accampati davanti alle fabbriche e in lotta contro la polizia; vennero mostrate anche immagini della città. Panoramiche di un’immensa scatola grigia, con dentro altre scatole più piccole, fumose. Stradine umide, macchine lente e dall’aspetto di vecchia ferraglia. Bambini sporchi e sorridenti, che correvano in ogni direzione: la scuola e i compiti non sembravano far parte dei loro pensieri. Poi dei primi piani: visi bianchi e rossi, nasi grandi e labbra gonfie e spaccate, e soprattutto grossi occhi di ghiaccio, determinati, di una severità netta, molto più autoritaria di quella che trovavo negli occhi di mio padre. Sintonizzato da tutt’altra parte rispetto alle parole pronunciate in sottofondo, mi arrivò in qualche modo una parola — il nome della città di cui parlava il servizio; una parola che riassumeva il grigio sporco del fumo e l’austerità cerulea di quei volti: Volgograd.
Senza nemmeno pensarci balzai in piedi e andai a sedermi davanti al computer. Aprii racconto1 e a carattere 30 scrissi Volgograd in cima alla pagina; dopodiché cominciai a cancellare il nome del protagonista da tutte le frasi, pensandone uno più adatto con cui sostituirlo.

 

Maggio ‘96

Alle dieci e venti del mattino gran parte della scuola era seduta nella piccola platea del teatro. Sul palco c’era una cattedra di legno, su cui erano poggiate pile di fogli in disordine; due donne, entrambe sedute dietro la cattedra, si sventolavano con delle riviste, mentre un uomo con la barba, gli occhiali, basso e stempiato, camminava su e giù rivolgendo occhiate timide al pubblico.
Verso le dieci e quaranta vidi entrare mio padre. A piccoli passi, guardando avanti a sé, si fece strada fino a dov’ero seduto. Accennò un mezzo sorriso, si sedette, e immediatamente aggiunse che, una volta finita la premiazione, sarei dovuto tornare a casa di corsa, perché per pranzo mia madre stava cucinando il pesce al forno. Annuii, guardando fuori dalla finestra.
Una donna dall’aspetto giovanile salì sul palco, prese il microfono, ci batté sopra con due dita provocando un paio di tonfi sordi e poi cominciò a parlare.
Dopo aver salutato la platea ed essersi presentata, attaccò un lungo discorso. Disse che i bambini e la scuola sono un patrimonio della società, e ancor di più della nazione; disse che la nostra lingua è spesso disprezzata, torturata, ignorata; disse che di tutti i bambini presenti in sala, forse qualcuno sarebbe diventato scrittore; disse che l’importante è raccontare, non vincere dei premi; poi, allargando dolcemente il sorriso, disse che scrivere fa bene a tutti, e che un esordio letterario coincide sempre con l’ingresso nel mondo adulto. Applaudirono tutti, compreso mio padre.

All’una arrivò il momento della premiazione. L’uomo stempiato e barbuto lesse un discorso, dove ringraziava persone, uffici, palazzi, libri. Ridiede il microfono alla donna e tornò a sedere.
Anche la donna ringraziò alcune persone, poi si congratulò con la nostra e altre quattro scuole, rappresentate dai rispettivi prèsidi e da una decina di alunni. Andò verso la cattedra, una delle due donne sedute le porse un foglio, e prima di leggerlo disse che tutti i racconti erano stati scritti molto bene, le storie erano state molto affascinanti, e tutti noi bambini dovevamo considerarci molto bravi, come chi avrebbe vinto; poi annunciò i nomi di tre partecipanti, l’ultimo dei quali sarebbe stato il vincitore.
Nominò una bambina, che salì sul palco e venne applaudita. Nominò un bambino di un’altra scuola, che salì sul palco e venne applaudito un po’ più debolmente. Infine venne applaudita una mia compagna di classe, con la quale non parlavo molto. Vinse lei.
Mio padre restò fermo. Non applaudì. Guardava il palco con un’aria inquieta, come se stesse rimuginando su degli errori. Mi guardai attorno e vidi la gente alzarsi, dirigendosi verso l’uscita.
La maestra stava parlando con alcuni genitori, sulla soglia dell’entrata. Io e mio padre le passammo vicino, e quando lei ci riconobbe si scusò con i due genitori, venendo verso di noi. Mio padre le strinse la mano sforzandosi di sorridere, mentre lei lo accolse con fin troppa cordialità. La maestra cominciò a parlare, posandomi una mano sopra la testa.
Disse che ero stato bravo, che per scrivere il racconto mi ero impegnato parecchio. Poi basta. Cambiò argomento. Si fece seria e cominciò a parlare dei voti scarsi, dei compiti a casa mai svolti, della poca attenzione durante le spiegazioni. Mio padre annuiva, a braccia conserte. I suoi occhi erano leggermente sgranati, la bocca serrata. Non disse una parola. Si salutarono di nuovo con una stretta di mano.

Mentre mio padre sistemava il computer nel ripostiglio, mia madre era accanto a me, che osservava la scena in silenzio. Cercai la sua mano per stringerla, ma lei la tolse via infastidita, andandosene in cucina ad apparecchiare la tavola.

Aprii l’antologia su un racconto a caso. La luce rosata del tramonto alleviò un poco la mia tristezza. Mio padre era seduto alla scrivania, accanto a me.
Cominciai a leggere, ma dopo alcune righe persi la voglia. Iniziai a scarabocchiare la pagina del quaderno. Mio padre mi diede un colpo a mano aperta sulla nuca, chiedendomi a voce alta cosa stessi facendo. Scrollai velocemente la testa e riabbassai gli occhi sul libro, facendo finta di leggere. Pensai alla noia dei pomeriggi assolati.
Guardai mio padre. Quasi piangendo gli chiesi di risistemare il computer in soggiorno. A bassa voce, con un tono un po’ strozzato, mi disse di pensare ai compiti. Si alzò, mi carezzò la nuca e mi lasciò da solo alla scrivania.
Il cielo cominciava ad arrossire. Accesi l’abat-jour e iniziai a cercare sull’antologia la pagina assegnata dalla maestra. Una volta trovata, inspirai profondamente. Con gli occhi lucidi, pensando al computer, cominciai a leggere il racconto.

’47

(Questo racconto è apparso nel marzo 2012 sul numero zero del bollettino letterario “Venti Nodi”, a cura dell’agenzia letteraria Studio 83. Un ringraziamento a Giulia Abbate e Elena Di Fazio.)

 

Il vecchio sbadiglia sul divano. Fa ruotare le grosse biglie bianche e celesti che si ritrova al posto degli occhi. Spalanca le palpebre, apre la bocca, la lingua gli pende di fuori sbavando lungo il collo grinzoso. È uno schizofrenico sopra una giostra caricata a molla. Delle mosche ronzano dispettose fra i suoi capelli stanchi, mentre in un angolo la TV prega rivolta verso La Mecca.
Mi preparo un tè di carte secche. Dalla finestra della cucina filtra un pesante riflesso di calce sgretolata che rende l’aria polverosa. Bertie assomiglia a uno straccio nella sabbia: dorme nella stessa posizione da mezz’ora. Lo osservo invidioso mentre aspetto che l’acqua si riscaldi.
Dal soggiorno non sento più rumori. Hector deve essersi addormentato. La caccia sarà stata sfiancante. Immagino che sul palmo della mano sinistra ci siano i corpicini molli e tritati di due mosche; sul petto e in minima parte anche sulla pancia alcune chiazze di saliva.
Sorseggio il tè, alle sette. Il gusto è insipido, ma il rituale è saporito. Mi rimanda agli anni quaranta e al mio cinema noir. Ne ricordo il fumo sulla lingua. E la luce incerta. Mi torna alla mente la figura di Hector, dai lineamenti semplici, puliti, con i capelli neri e lucidi tirati all’indietro dalla brillantina; la giacca di tweed grigia. La gente che gli stava intorno. È tutto vago, un luminoso caleidoscopio a intermittenza, in bianco e nero. Il giovane Hector scalza il vecchio in soggiorno e poi scompare, per riapparire subito in un altro flebile flash. La tazzina gorgoglia. Il drappo della sera cade pesante.
Bertie si stiracchia dopo un riposo di quasi un’ora. Lo saluto al risveglio con un sorriso; la casa ricomincia ad animarsi nel buio. Anche il vecchio riprende a trafficare con i suoi giornali accartocciati. Poi si tira in piedi e inizia a trascinare una gamba d’elefante dietro l’altra, per arrivare qui in cucina. A metà corridoio si mette a urlare quello che pensa sia il mio nome. Bertie comincia a fare le fusa.
Molto lento, eccolo comparire da dietro lo stipite. Gli dico: «Ben svegliato.» Risponde scrollando su e giù il capo, mentre guarda fisso oltre la mia figura.
«Quindi? Hai fame?» gli chiedo.
«Eh!» fa lui.
«C’è da aspettare un po’. Deve bollire l’acqua.»
«Mh…» risponde accompagnando con un cenno di consenso della testa.
Con la solita calma prende una sedia, la tira a sé e ci si mette seduto, accavallando piano le gambe. Nello stesso momento mi alzo, vado a scoperchiare la pentola e ci butto dentro la pasta. Torno a sedere. Il vecchio ha l’aria di un pazzo mite e pensoso. Mi guarda stretto. Cerca qualcosa e non la trova. La fame gli rende un’aura da mendicante.
Inforcare spaghetti è l’unica attività motoria che lo riporta alla gioventù: uno squalo vorace che nuota in un acquario di pesci lenti e succosi. Un diavolo senza pietà, con gli schizzi di sugo che gli decorano la fronte, le guance, la barba sporca e dura che pare di legno. Avido come un serpente. Il cibo è il suo oro e non gli rimane che quello. Così, impietosito ogni giorno alla stessa maniera, gli cedo metà del mio piatto; e alla fine patisco lo spettacolo, più che la fame.
Quando finisce di mangiare tira fuori un bel rutto rotondo, ruvido. Si mette a tamburellare con le mani secche, blu e verdi, sul flaccido addome segnato da schizzi di vario tipo: saliva, pomodoro. Orina. Comincia a fissarmi delicato: vorrebbe chiedermi come mi chiamo, ma è un uomo all’antica e dentro di sé ha la sensazione che sarebbe una domanda indiscreta. Appoggia la testa prima sul palmo della mano sinistra, poi il gomito sul tavolino, ad angolo retto. È perso in qualche pensiero. Io mi alzo e metto i piatti sporchi sotto l’acqua corrente. Lui mi osserva.
«Una seccatura lavare i piatti.»
«Sì» gli rispondo.
«È lavoro da donna.»
«Già, ma qui niente donne.»
Hector si fa muto fissando il frigorifero. Penserà al perché in questa casa non ci siano donne. Poi ha una scossa; un ricordo che gli attraversa le orecchie come un dardo. Aggrotta la fronte, apre la bocca; resta così per cinque, sei secondi; poi dice: «Ma Claudia, dov’è?»

Hector vive di notte. Mattina e pomeriggio li passa sdraiato in obliquo sul letto matrimoniale, per nove ore buone. Quando si sveglia fa capolino in soggiorno, io gli sintonizzo il televisore sul canale dei classici e lui mi ringrazia, come se fossi il suo maggiordomo. Fa lo stesso con Bhagat, il ragazzo indiano che viene ad aiutarmi quattro volte a settimana. Gli sistemiamo un grosso cuscino dietro la schiena e lui sorride. Come un bambino.
Capita, ogni tanto, che in programmazione ci sia qualcosa di nostro. A quel punto Hector crolla in pianti puerili e strazianti. Inizia a ululare, tappandosi le orecchie e strizzando gli occhi con l’intenzione di farli esplodere. Io spengo la TV e cerco di rasserenarlo, ma di lì in poi Hector non c’è più. Lo si ritrova il giorno dopo.
L’effetto dell’Alzheimer gli concede di poter ricominciare da capo a ogni risveglio. Questo lo aiuta a tenersi in equilibrio sui suoi baratri d’inferno. A me invece è toccato altro: vedere il decadimento di un uomo allo specchio; vederne un altro davanti a un televisore. Due persone scorticate dai giorni che gli si accavallano addosso. Il tanfo putrido di monotonia. Un inverno adiacente alla resa.
Fu nel 1989 che Hector cominciò a mettere da parte la sua coscienza. Credo ne avesse abbastanza. Non riusciva più a sopportarsi. Quindici anni prima aveva detto a sua moglie la verità. Poi la disse ai suoi figli, Martha e Vincent. Poi la disse a me. Andammo a vivere insieme nel marzo del 1975.
Dopo poco più di un anno non riuscimmo a tenere a bada la situazione: la stampa ci tartassò di inchiostro e luci per molto tempo. Dopodiché, nel giro di sei mesi fummo depennati da ogni lista. Di qualsiasi tipo. Diventammo due sagome in bianco e nero di cui non far parola. Mai esistiti per nessuno.
Hector sa di esser stato un attore. Si riconosce sullo schermo. E quando succede, la malattia scompare; ma affiora in lui un cieco dolore lancinante. Quando ulula, piange e guaisce, corro alle sue spalle e lui mi riconosce dal solo contatto delle mie mani con le sue. Tra i guaiti riesco a sentire il mio nome. Quello vero. E in quei momenti torno ad amarlo. Un egoismo premeditato e subdolo, mi viene da pensare. Come tanti. Ma è giusto soffrire in due.
Quando le sue grida disperate sono troppo forti lo riporto in camera, facendomi aiutare se possibile da Bhagat. Chiudo a chiave e torniamo in soggiorno. Io mi siedo sulla poltrona, guardo il film. Spesso è uno di quelli diretti da me; anch’io piango, guardandolo. La malinconia di un mondo perfetto è insopportabile, mi sventra mansueta senza badare al tempo. È raro che riesca ad arrivare fino alla fine. Ma quando succede, quando arriva la scritta “The End”, è per merito della bellezza opaca di Hector, della sua pelle magrebina che mi seduce nuovamente, facendomi scordare ogni grinza, ogni ruga dei nostri corpi.