’47

(Questo racconto è apparso nel marzo 2012 sul numero zero del bollettino letterario “Venti Nodi”, a cura dell’agenzia letteraria Studio 83. Un ringraziamento a Giulia Abbate e Elena Di Fazio.)

 

Il vecchio sbadiglia sul divano. Fa ruotare le grosse biglie bianche e celesti che si ritrova al posto degli occhi. Spalanca le palpebre, apre la bocca, la lingua gli pende di fuori sbavando lungo il collo grinzoso. È uno schizofrenico sopra una giostra caricata a molla. Delle mosche ronzano dispettose fra i suoi capelli stanchi, mentre in un angolo la TV prega rivolta verso La Mecca.
Mi preparo un tè di carte secche. Dalla finestra della cucina filtra un pesante riflesso di calce sgretolata che rende l’aria polverosa. Bertie assomiglia a uno straccio nella sabbia: dorme nella stessa posizione da mezz’ora. Lo osservo invidioso mentre aspetto che l’acqua si riscaldi.
Dal soggiorno non sento più rumori. Hector deve essersi addormentato. La caccia sarà stata sfiancante. Immagino che sul palmo della mano sinistra ci siano i corpicini molli e tritati di due mosche; sul petto e in minima parte anche sulla pancia alcune chiazze di saliva.
Sorseggio il tè, alle sette. Il gusto è insipido, ma il rituale è saporito. Mi rimanda agli anni quaranta e al mio cinema noir. Ne ricordo il fumo sulla lingua. E la luce incerta. Mi torna alla mente la figura di Hector, dai lineamenti semplici, puliti, con i capelli neri e lucidi tirati all’indietro dalla brillantina; la giacca di tweed grigia. La gente che gli stava intorno. È tutto vago, un luminoso caleidoscopio a intermittenza, in bianco e nero. Il giovane Hector scalza il vecchio in soggiorno e poi scompare, per riapparire subito in un altro flebile flash. La tazzina gorgoglia. Il drappo della sera cade pesante.
Bertie si stiracchia dopo un riposo di quasi un’ora. Lo saluto al risveglio con un sorriso; la casa ricomincia ad animarsi nel buio. Anche il vecchio riprende a trafficare con i suoi giornali accartocciati. Poi si tira in piedi e inizia a trascinare una gamba d’elefante dietro l’altra, per arrivare qui in cucina. A metà corridoio si mette a urlare quello che pensa sia il mio nome. Bertie comincia a fare le fusa.
Molto lento, eccolo comparire da dietro lo stipite. Gli dico: «Ben svegliato.» Risponde scrollando su e giù il capo, mentre guarda fisso oltre la mia figura.
«Quindi? Hai fame?» gli chiedo.
«Eh!» fa lui.
«C’è da aspettare un po’. Deve bollire l’acqua.»
«Mh…» risponde accompagnando con un cenno di consenso della testa.
Con la solita calma prende una sedia, la tira a sé e ci si mette seduto, accavallando piano le gambe. Nello stesso momento mi alzo, vado a scoperchiare la pentola e ci butto dentro la pasta. Torno a sedere. Il vecchio ha l’aria di un pazzo mite e pensoso. Mi guarda stretto. Cerca qualcosa e non la trova. La fame gli rende un’aura da mendicante.
Inforcare spaghetti è l’unica attività motoria che lo riporta alla gioventù: uno squalo vorace che nuota in un acquario di pesci lenti e succosi. Un diavolo senza pietà, con gli schizzi di sugo che gli decorano la fronte, le guance, la barba sporca e dura che pare di legno. Avido come un serpente. Il cibo è il suo oro e non gli rimane che quello. Così, impietosito ogni giorno alla stessa maniera, gli cedo metà del mio piatto; e alla fine patisco lo spettacolo, più che la fame.
Quando finisce di mangiare tira fuori un bel rutto rotondo, ruvido. Si mette a tamburellare con le mani secche, blu e verdi, sul flaccido addome segnato da schizzi di vario tipo: saliva, pomodoro. Orina. Comincia a fissarmi delicato: vorrebbe chiedermi come mi chiamo, ma è un uomo all’antica e dentro di sé ha la sensazione che sarebbe una domanda indiscreta. Appoggia la testa prima sul palmo della mano sinistra, poi il gomito sul tavolino, ad angolo retto. È perso in qualche pensiero. Io mi alzo e metto i piatti sporchi sotto l’acqua corrente. Lui mi osserva.
«Una seccatura lavare i piatti.»
«Sì» gli rispondo.
«È lavoro da donna.»
«Già, ma qui niente donne.»
Hector si fa muto fissando il frigorifero. Penserà al perché in questa casa non ci siano donne. Poi ha una scossa; un ricordo che gli attraversa le orecchie come un dardo. Aggrotta la fronte, apre la bocca; resta così per cinque, sei secondi; poi dice: «Ma Claudia, dov’è?»

Hector vive di notte. Mattina e pomeriggio li passa sdraiato in obliquo sul letto matrimoniale, per nove ore buone. Quando si sveglia fa capolino in soggiorno, io gli sintonizzo il televisore sul canale dei classici e lui mi ringrazia, come se fossi il suo maggiordomo. Fa lo stesso con Bhagat, il ragazzo indiano che viene ad aiutarmi quattro volte a settimana. Gli sistemiamo un grosso cuscino dietro la schiena e lui sorride. Come un bambino.
Capita, ogni tanto, che in programmazione ci sia qualcosa di nostro. A quel punto Hector crolla in pianti puerili e strazianti. Inizia a ululare, tappandosi le orecchie e strizzando gli occhi con l’intenzione di farli esplodere. Io spengo la TV e cerco di rasserenarlo, ma di lì in poi Hector non c’è più. Lo si ritrova il giorno dopo.
L’effetto dell’Alzheimer gli concede di poter ricominciare da capo a ogni risveglio. Questo lo aiuta a tenersi in equilibrio sui suoi baratri d’inferno. A me invece è toccato altro: vedere il decadimento di un uomo allo specchio; vederne un altro davanti a un televisore. Due persone scorticate dai giorni che gli si accavallano addosso. Il tanfo putrido di monotonia. Un inverno adiacente alla resa.
Fu nel 1989 che Hector cominciò a mettere da parte la sua coscienza. Credo ne avesse abbastanza. Non riusciva più a sopportarsi. Quindici anni prima aveva detto a sua moglie la verità. Poi la disse ai suoi figli, Martha e Vincent. Poi la disse a me. Andammo a vivere insieme nel marzo del 1975.
Dopo poco più di un anno non riuscimmo a tenere a bada la situazione: la stampa ci tartassò di inchiostro e luci per molto tempo. Dopodiché, nel giro di sei mesi fummo depennati da ogni lista. Di qualsiasi tipo. Diventammo due sagome in bianco e nero di cui non far parola. Mai esistiti per nessuno.
Hector sa di esser stato un attore. Si riconosce sullo schermo. E quando succede, la malattia scompare; ma affiora in lui un cieco dolore lancinante. Quando ulula, piange e guaisce, corro alle sue spalle e lui mi riconosce dal solo contatto delle mie mani con le sue. Tra i guaiti riesco a sentire il mio nome. Quello vero. E in quei momenti torno ad amarlo. Un egoismo premeditato e subdolo, mi viene da pensare. Come tanti. Ma è giusto soffrire in due.
Quando le sue grida disperate sono troppo forti lo riporto in camera, facendomi aiutare se possibile da Bhagat. Chiudo a chiave e torniamo in soggiorno. Io mi siedo sulla poltrona, guardo il film. Spesso è uno di quelli diretti da me; anch’io piango, guardandolo. La malinconia di un mondo perfetto è insopportabile, mi sventra mansueta senza badare al tempo. È raro che riesca ad arrivare fino alla fine. Ma quando succede, quando arriva la scritta “The End”, è per merito della bellezza opaca di Hector, della sua pelle magrebina che mi seduce nuovamente, facendomi scordare ogni grinza, ogni ruga dei nostri corpi.

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