Memorie dall’Iperparco

(Questo racconto è apparso nella rassegna stampa di settembre 2014 a cura dell’agenzia letteraria Obliquehttp://it.scribd.com/doc/242288362/La-rassegna-stampa-di-Oblique-di-settembre-2014. Un ringraziamento a Leonardo Luccone e Giuliano Boraso.)

 

C’è un ragazzino dal collo lungo e bianco, la testolina scorticata, i calzoncini gialli, che corre intorno alle panchine, alle persone, ai cestini dell’immondizia, sul cemento e sull’erba. Ogni tanto squittisce e alcuni bambini gli corrono dietro. Poi smettono. Poi lo inseguono di nuovo. Lui non si ferma mai, non si affatica. Dall’alto, le sue traiettorie sono ipnotiche e sembrano addirittura un messaggio in codice.
Ogni tanto il lavoro mi distrae. Quando torno a guardare fuori, mi accorgo che il ragazzino ripercorre la sua scia all’infinito, con la stessa velocità di quando ha iniziato. S, U, …, T? Vorrei chiamare qualcuno e invitarlo a guardare, chiedere un parere.Ma ho paura. Più che di passare per matto, paura di far vedere che invece di mettermi a lavoro penso ad altro, a qualsiasi cosa, la più stupida.

Quello sotto di noi è un parco artificiale. L’unico in città, il più grande di tutta la regione. Da ogni punto lo si guardi, va a perdersi oltre l’orizzonte. Nel cuore c’è persino un bosco di betulle. Lì i ragazzini non  vanno; loro rimangono nei pressi dei campetti, dellealtalene, delle panchine. Sono gli adulti, o più spesso i vecchi, ad avventurarsi lenti, bastone alla mano, per respirarne l’aria pura.
Il ragazzino continua a correre. E ormai è passata un’ora. Fra l’erba sono comparse strisce di terriccio calpestato. Vedo i segni di una S e una U. Ho idea che il ragazzino stia cercando di comunicare qualcosa. Anzi, ormai ne sono quasi sicuro. Ma rimango a fissare le zone d’erba calpestate per tutto il tempo che serve a convincermi che non sia pura suggestione. Quindi mi decido e chiamo un collega. Gli chiedo cosa vede. «Quello sembra un 8. No, una S. L’altro un ovale. Una O? Una U? Però scusa, io non  vedo nessun ragazzino coi calzoncini gialli.»
Il ragazzino, in effetti, non c’è più. Ma le tracce sono lì.

Piove anche oggi. Ma più forte. A stilettate. Proietto sulla gente le occhiatacce torve verso il cielo. Come per dire di far più piano, perché così è puro accanimento. Di quelli innaturali.
Il parco era già qui quando mi trasferii. Venne costruito all’incirca vent’anni fa; io, in cinque che ci abito così vicino, non l’ho mai percorso per intero.
Alle sei e trenta di mattina, un lunedì, dieci di ottobre, mi alzo e decido di farlo per la prima volta.

*

L’umidità forma piccoli e densi banchi di nebbia, lunghi non più di tre passi. L’erba è scivolosa e il terriccio è fango. Indosso un paio di calosce e due felpe, una sopra l’altra, e un berretto di cotone calato quasi fino agli occhi.
L’edificio nel quale lavoro svetta a una cinquantina di metri dall’entrata del parco. È grigio e spento, e si staglia scuro sull’azzurro del cielo che va rischiarandosi.
Mi addentro. Già dopo un paio di falcate mi trovo dove qualche giorno prima il ragazzino stava inseguendo le sue traiettorie alfabetiche. Le tracce non ci sono più. Il terriccio e l’erba si sono rimescolati, tornando a essere una superficie uniforme e compatta. Mi disturba il riflesso metallico del sole sulle piccole pozzanghere. Hanno l’aspetto di un’intrusione artificiosa, un accenno alieno. È disorientante. Vado avanti evitandole, ma con la coda dell’occhio intenta a fissarle.
Arrivo vicino a uno scivolo, circondato da un perimetro di sei panchine di legno. Su una di queste c’è una busta di carta con dentro del pane secco. Nemmeno un piccione a beccarne le briciole. Soffia un  vento leggero, ma non si muove nulla.
Continuo a camminare. Guardo l’orologio per la prima volta: sono le sette e dieci. Dovrei tornare indietro: sono sudato, i vestiti umidi. Devo lavarmi. Davanti a me, sul confine basso dell’orizzonte, vedo le linee rade del bosco di betulle.
Prendo il cellulare. Lo spengo. Decido di continuare verso il centro del parco.

Il sole comincia a scaldare. Tolgo il berretto, ma la temperatura è ancora bassa. Ho percorso all’incirca due chilometri, a passo sostenuto. Mi ritrovo in un piccoloavvallamento. Ci sono pochi alberi. I fili d’erba sono alti e l’umidità è maggiore. La luce dirada la nebbia leggera. L’edificio, alle mie spalle, ormai è scomparso.
Sento scricchiolare dei rametti. Il rumore arriva da direzioni diverse. Mi fermo. Strizzo gli occhi e guardo a destra e a sinistra. Il rumore si fa subito meno intenso. Sembra andarsene verso la boscaglia. Poi scompare. Dopo un tratto di salita ripida mi sentoaccaldato e stanco. Tolgo una felpa, la stendo a terra e mi ci siedo sopra. Sono quasi le otto. Salterò il lavoro senza aver chiaro il perché. Mi rialzo, lego la felpa in vita e riprendo a camminare.

Arrivo finalmente sulla soglia del bosco di betulle. È profondo e adombrato. I tronchi affusolati sono bianchi, lucenti di umidità, e le macchie nere sulle cortecce sembrano grosse sanguisughe. Rimango fermo per un po’, finché non mi pare di sentire un ronzio sordo provenire da lontano; è più una vibrazione, e sembra scuotere le fronde degli alberi. Un terremoto invisibile, sospeso in aria. Mi guardo intorno, d’istinto, per vedere se qualcuno mi ha seguito: non c’è nessuno. Annuisco, mi stringo la felpa in vita e entro nel bosco.

Da qui, varcata la prima fila di tronchi alti e canuti, l’esplorazione si blocca. Davanti a me una nebbiolina grigia, ferrosa, avvolge gli alberi stringendoli uno addosso all’altro. Il ronzio è continuo, la frequenza aumenta, e sento la sua  vibrazione salire fino alla bocca dello stomaco. Mi giro nella direzione opposta; la piccola zona concava del parco è sparita anch’essa nella nebbia, ma in una più chiara, biancastra, rarefatta. Sento di nuovo lo scricchiolio dei rametti. Torno a guardare verso la profondità del bosco, e la sagoma di un bambino prende a correre all’improvviso verso di me, fuggendo dalla nebbia oscura. Ha un’andatura distesa, a lunghe falcate. Via via, la sua figura si fa sempre più nitida. Riesco lentamente a distinguerne i tratti. Quando la distanza che ci divide mi permette di osservarne lo sguardo, lo vedo accelerare. Finché mi arriva davanti. Indossa gli stessi pantaloncini gialli. Da vicino, il suo viso è sporco, pieno di taglietti e lividi.
«Ti sei perso nell’iperparco» mi dice. Lo guardo, cercando di studiarlo, di capire se sia vero o una sorta di allucinazione. Poi scuoto la testa. «No» gli rispondo.
«Invece sì» fa lui. «Ma non è colpa tua. È che dall’iperparco non si esce.»
Guardo l’orologio. Sono le otto e trentasette. «Ti ho visto correre vicino al cancello. Tre o quattro giorni fa. Dalla finestra del mio ufficio. Eri tu. Avevi gli stessi calzoncini» gli dico, indicando le sue gambe piene di sbucciature e punture di insetti.
«Non 
ero io» mi risponde. «Io sono in questo punto del bosco da due mesi. Mai allontanato.»
Mi avvicino. Il suo volto, la sua figura, hanno un’aria familiare, di una persona già conosciuta parecchio tempo fa. Sto per dirgli che non è possibile che si trovi qui, da solo, da tutto questo tempo, ma mentre apro la bocca lui dice: «Dall’iperparco affiorano lecose di tanto tempo fa. Hai visto me che correvo, ma forse correvo nel passato».
Rimango a fissarlo. Sembra convinto di quel che dice.
«Come ti chiami» gli chiedo, seduto di fronte a lui. Ci pensa. Quindi si sforza. «Mi sa che non me lo ricordo più» risponde.

Il cielo prende a farsi viola. Comincio a sentirmi stanco, intorpidito: ogni percezione fisica si affievolisce. Ho una specie di mal di mare. Sbando appena mi rialzo, barcollo a ogni passo. Ho la sensazione di essere rannicchiato dentro la mia testa, a mollo in un liquido viscoso. Il ragazzino continua a parlare, ma non colgo il senso delle sue frasi. Vedo, o forse immagino, una boscaglia fitta, verde scura, ferma, come da dentro una bottiglia. Nelle orecchie mi rimbomba il suono della parola «iperparco», con ogni occlusione labiale che si trasforma in un’esplosione sorda, e l’ombra del senso stesso della parola che si allontana nel centro della visione che ho davanti.
Avverto una sconfinatezza nauseante e a più piani. Non è una semplice estensione sullo spazio visibile: è qualcosa di sovrapposto, alterato; una sdoppiatura. La copia del luogo e del momento in cui mi trovo. Mi sento poggiato su un terrazzamento di livelli casuale, oltre una dimensione tangibile. Il tempo è frammentato: somiglia a una pioggia diagonale di secondi, dalla quale si può essere colpiti o ignorati. In sostanza, né si fluttua né si è immobili: accade qualcosa di statico che è il rimando di una vicinanza. La coscienza a cui mi sento appeso ha la stessa sorte del tutto in cui vengo rimescolato; ma è accesa in modo da percepire il suo stesso diradarsi, di controllare la propria disgregazione in ogni livello toccato.
Tuona una scarica violenta, che percepisco lacerante, verde e fredda, di una peculiarità notturna, e nel momento stesso in cui mi sento catturato da un particolare a caso, la parola 
«iperparco» mi si spalanca di nuovo nelle orecchie, stendendo il suono in unapolifonia inafferrabile, ma con la durezza e la realtà tangibile che di solito si riscontra in una salda comprensione mediante i sensi. Questa, col senno di poi, diventa la mia memoria dell’iperparco.

Sono sdraiato per terra. Sudato, col cuore in tachicardia. C’è luce. È mattino.
Sono nel piccolo avvallamento. Mi sforzo di vedere il bosco di betulle, ma non c’è. Ho solo una felpa addosso. L’altra, così come il berretto, è sparita.
Non so da che parte andare. Caccio qualche urlo nel tentativo di chiamare il ragazzino. Nel frattempo comincia a cadere una pioggia fina, quasi inconsistente.
Intorno a me non ho alcun punto di riferimento. Il sole è a picco, seminascosto da grosse nubi grigio-bianche. L’orologio segna le nove e sette del giorno dieci. Tiro fuori il telefono dalla tasca, ma non si accende. Mi sento debole e indolenzito, oltre checonfuso. Non riesco a capire in che situazione mi trovo. Per questo, forse, decido di lasciarmi guidare dall’istinto e inizio a correre verso quella che penso la strada del ritorno.
Durante la corsa ricordo alcuni scorci del parco, e appena l’immagine che ho in mente assume contorni definiti, mi ritrovo sbalzato da ellissi temporali fulminee che mi portano nel luogo appena ricordato. Il mio stato di confusione aumenta. Ma contemporaneamente assimilo il meccanismo: dopo tre volte, alla quarta mi sforzo di immaginare l’entrata del parco, e nella visione ci metto dentro anche il ragazzino con i calzoncini gialli.
Sono accanto al cancello, a pochi passi da una fontanella e da una panchina di legno su cui è seduto un anziano che guarda per terra. Do un’occhiata intorno, girando su me stesso: l’edificio grigio, gli scivoli, l’erba, i viottoli di terra battuta, le pedane di cemento, gli alberi, il cancello, la fontanella, la panchina con l’anziano seduto, poi ancora l’edificio. Guardo di nuovo l’orologio: le nove e dieci. Per sicurezza chiedo l’ora all’anziano. Le nove e dieci anche per lui, e continua a guardare a terra.
Alzo gli occhi verso le finestre dell’edificio. Dietro quelle più basse riesco a vedere delle persone muoversi rapidamente. Ringrazio il vecchio e varco il cancello continuando a guardare le finestre.

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