Volgograd

(Questo racconto è apparso nel marzo 2013 sul secondo numero del bollettino letterario “Venti Nodi”, a cura dell’agenzia letteraria Studio 83. Un ringraziamento a Giulia Abbate e Elena Di Fazio.)

 

Ottobre ‘95

Mi accorsi del tempo trascorso guardando la finestra. Un cielo rossastro, qualche nuvola annerita a muoversi lenta tra i palazzi.
Mio padre era seduto sul divano. Illuminato a intermittenza dalla televisione, catturato da pensieri macchinosi. Mia madre, sulla poltroncina accanto, parlava al telefono a bassa voce, soffiandosi ogni tanto sulle unghie appena smaltate.
La scrivania era immersa nella luce giallognola dell’abat-jour. Un torpore lieve e nauseante, d’anticaglia, sottraeva alla mia attenzione le poche forze residue. Nonostante la sonnolenza, gli occhi inumiditi e stanchi, continuavo comunque a stare dritto sulla sedia e a far finta di studiare.
La televisione si azzittì di colpo, tra una pubblicità e l’altra. In un momento di completo silenzio avvertii lo sguardo di mio padre; la mia mano riprese immediatamente a guidare la penna, mimando sul foglio lettere dell’alfabeto e segni di punteggiatura. La pressione sulla punta, ogni tanto, faceva scappare dei segnetti d’inchiostro: un paio di a, delle z, delle b; mio padre continuava a osservarmi. Il mio sguardo, col suo a pesarmi sulle spalle, divenne ancor più concentrato: dovevo recitare la parte dello studente modello.
Sulla prima riga del foglio c’era il titolo di un racconto; appena sotto, l’inizio di un riassunto. Poche frasi. Sulla seconda riga non c’era nulla. Così anche sulla terza. Dalla quarta in poi cominciavano ad apparire serpentelli scarabocchiati e grovigli, labirinti, cerchi concentrici, omini stilizzati che si tuffavano da scogli appuntiti eseguendo salti mortali. Qualche lettera sparsa verso la fine.
La sigla del telegiornale, alle venti in punto, mi liberò dall’obbligo dei compiti. Feci un sospiro profondo e ben udibile. Stiracchiai le braccia, portandole sopra la testa. Aggrottai la fronte facendo finta di rileggere quel che avevo scritto; ripresi la penna e misi un bel punto fermo alla destra dell’inesistente frase finale. Dissi a mio padre che avevo finito e chiusi libro e quaderno.

Seduti al tavolo della cucina, mangiavamo il solito minestrone insipido del giovedì, preparato alla bell’e meglio da mia madre. Mio padre portava lentamente il cucchiaio alla bocca; impegnato nei suoi ragionamenti accigliati, fissava le losanghe rosse e scolorite della tovaglia. Le sue labbra erano catturate da leggeri spasmi e increspature — frasi mimate, rimosse — che spesso precedevano l’inizio di una discussione importante.
Continuando a fissare la tovaglia, chiese quanti dei miei amici avessero a casa un computer. Mi scappò un colpo di tosse secco, isolato, e rimasi in silenzio per un po’. Aspettavo quel momento da un paio di mesi. Eppure fui sorpreso che fosse lui a riaprire l’argomento. Risposi in maniera vaga, fingendo di dare più importanza al minestrone; lui mi guardò senza dire nulla e mandò giù un’altra cucchiaiata. Dopo un pesante sospiro, mi domandò se anche le femmine della mia classe ne avessero uno; annuii lentamente, aggiungendo d’istinto un sì dimesso e mortificato. Mio padre scrollò il capo verso il basso, tornando a guardare le losanghe della tovaglia. Mia madre finì il suo piatto e se ne andò in salotto, davanti alla televisione.

 

Gennaio ‘96

Trascorsi l’intera mattinata giocando a FIFA 96. All’ora di pranzo mio padre minacciò di staccare la corrente, e fui costretto ad andare a tavola; dopo nemmeno dieci minuti ero di nuovo davanti al computer.
Esaurita la smania dei videogiochi, aprii per curiosità Wordpad, e presi subito a battere sui tasti. Scrivevo ogni frase mi venisse in mente. Il bianco luminoso dello schermo mi sembrò da subito più invitante rispetto a quello ingiallito e smorto della pagina di carta.
Nello scrivere ignoravo, oltre l’ortografia, persino il nesso tra le parole che comparivano man mano. Dopo alcuni minuti la finestra era diventata lunghissima e zeppa di caratteri.
Senza accorgermene persi completamente l’attenzione. Mi misi a fissare il cursore lampeggiante a fine pagina, sovrappensiero, aspettando che il tempo si rimettesse in moto.
Mio padre riposava in camera da letto. Mia madre stava lavando i piatti. Nel tedio del pomeriggio domenicale, molto vicino al dormiveglia, ripresi a scrivere frasi senza alcun criterio.
Dalla mia memoria iniziarono lentamente ad affiorare alcune immagini confuse. Adombrate. Scene solenni e dense di un significato sfuggente, che rievocavano gli unici due libri che avessi mai letto — e neanche fino in fondo: Viaggio al centro della terra e Michele Strogoff. Me ne sorpresi, ma allo stesso tempo non passai granché a rifletterci. Accolsi quelle impressioni senza ragionare troppo.
Aprii un nuovo file, lo chiamai scene, e continuai a scrivere per tutto il pomeriggio. In testa avevo una strana sensazione ovattata.

 

Febbraio ‘96

I miei compagni raccontavano spesso le trame dei libri che leggevano. Si trattava di piccoli gialli o romanzetti di fantascienza, attraenti soprattutto per le loro copertine accese, con disegni in rilievo e inserti argentati o dorati; il bordo delle pagine verde-mela, viola, arancione. Quasi sempre c’era qualcuno che ne portava un paio in classe.
Chiesi a mio padre di comprarmene uno. Senza farmi finire di parlare, disse che in casa c’erano tutti i libri che volevo.
I libri che avevamo in casa erano impolverati e molto spessi. Copertine marroni, oppure di un verde smorto e noioso. I bordi delle pagine erano giallo-grigi, ondulati; ebbi un forte senso di nausea quando un pomeriggio mi misi a fissarli, con l’idea di sceglierne uno. Li lasciai tutti lì, al loro posto.
Decisi che leggere non era necessario. In fin dei conti si trattava di portare avanti storie altrui. Paesaggi, ambienti, persone: cose che probabilmente avrebbero corrotto la mia fantasia. La mia fantasia è molto meglio, pensai. E risolsi la questione.

 

Marzo ‘96

Un lunedì mattina la maestra entrò in classe sorridendo. Insieme a lei c’era il preside. Ci alzammo tutti e intonammo il nostro buongiorno con più enfasi del solito.
Il preside cominciò a scrutarci con i suoi occhi gonfi e socchiusi, tamburellando spesso la mano sinistra sul pancione molle, che strabordava dalla cintura dei pantaloni; la maestra, senza dire nulla, era già intenta a consegnarci, uno a uno, delle fotocopie di un documento con parecchie sottolineature. Insieme a quel foglio, unito da una graffetta in alto a sinistra, ce n’era un altro: era disegnato un grosso pellicano con uno scolaro sul dorso, intento a scrivere con una piuma d’oca su una lunghissima pergamena. Sulla sua testa una scritta enorme, tondeggiante, e che in origine avrebbe dovuto essere di un colore simile al rosso o all’arancione, ma che la fotocopia restituiva in un noioso grigio-carbone. La scritta diceva: “Le ali della fantasia”; accanto c’era anche un gigantesco punto esclamativo.
Il preside, sistemandosi gli occhiali, ci spiegò che si trattava del bando di un concorso letterario.
Bisognava scrivere un raccontino di poche pagine; sei, sette… e possibilmente rispettando l’ortografia: il minimo indispensabile per non fare brutta figura. Dopo un istante di pausa, il preside aggiunse che l’idea ci avrebbe senz’altro entusiasmato.
Restammo in silenzio.
La maestra intervenne dicendo che non si trattava di un compito impegnativo, che non avrebbe comportato voti, né obblighi; cercando di fugare ogni nostro dubbio, disse ancor più chiaramente che non si trattava di un tema o di un’esercitazione da svolgere in classe, e che avrebbe corretto personalmente ogni racconto prima della consegna.
Cominciammo a rilassarci e a fare domande. Anch’io ne feci qualcuna.

 

Aprile ‘96

Fui costretto a mentire a mio padre. Gli dissi che grazie al racconto avrei migliorato i miei voti.
Avevo insufficienze in quasi tutte le materie, e lui minacciò più di una volta di togliere il computer dal salotto per chiuderlo nel ripostiglio, in alto, sul piccolo soppalco.
Gli parlai del concorso. Ascoltò la mia bugia; sembrò pensarci un po’ sopra, ma alla fine, come sempre, mi credette.
La sera, mentre eravamo a tavola, mio padre volle sapere di cosa parlasse il racconto; dissi che trattava la storia di un soldato di Napoleone, ma che in realtà era solo una scusa per fare buona impressione sulla maestra; mi sarei concentrato soprattutto su ortografia e nozioni storiche, così da recuperare in un colpo solo due materie. Mio padre annuì e per un attimo lo vidi sorridere; si rivolse verso mio madre, dicendo a bassa voce che, alla fine, i soldi spesi per il computer non erano stati buttati. Annuì anche lei.

In realtà il racconto parlava di un ladruncolo. Un giovane alto e dinoccolato, simpatico. Moro e con gli occhi marroni, come me. La sua abilità era quella di correre molto veloce — talmente tanto da riuscire sempre a farla franca durante gli inseguimenti.
Un giorno, però, il ladruncolo viene rapito da una banda. Il capo della banda è una donna, che non gli lascia scelta: o ruba per lei un importante oggetto, oppure verrà ucciso. Lui ovviamente decide di rubare, per salvarsi.
L’importante oggetto — sul quale non ragionai più di tanto — era una collana d’oro massiccio con un rubino incastonato. Dopo una breve scena d’azione, il ladruncolo riesce a rubare la collana e la porta alla donna, che cambia idea su di lui: vista l’impresa compiuta, lei se ne innamora perdutamente e gli cede il ruolo di capo. Per di più sposandolo.
Nonostante le affinità col protagonista, che alla fine ero io, capii che di interessante c’era ben poco nel racconto. Ne venni subito a noia. Ma la verità è che non volevo scrivere alcuna storia.
A piacermi era soltanto l’atmosfera. Quella di un altrove personale. Un posto con regole diverse e gente che mi degnasse più attenzione. Nient’altro. La storia, come l’ortografia e la coerenza della sintassi, era solo un pesante vincolo da dover rispettare.

Erano le sei del pomeriggio. Me ne stavo sul divano, e dalla persiana filtrava una piacevole luce ambrata. Mia madre parlava al telefono nella poltroncina accanto, mentre mio padre doveva ancora rincasare dal lavoro. La televisione trasmetteva il tg del pomeriggio.
Dopo alcuni servizi sulla politica, ci fu il collegamento con un inviato. Venne mandato il resoconto delle sommosse di alcuni operai russi, accampati davanti alle fabbriche e in lotta contro la polizia; vennero mostrate anche immagini della città. Panoramiche di un’immensa scatola grigia, con dentro altre scatole più piccole, fumose. Stradine umide, macchine lente e dall’aspetto di vecchia ferraglia. Bambini sporchi e sorridenti, che correvano in ogni direzione: la scuola e i compiti non sembravano far parte dei loro pensieri. Poi dei primi piani: visi bianchi e rossi, nasi grandi e labbra gonfie e spaccate, e soprattutto grossi occhi di ghiaccio, determinati, di una severità netta, molto più autoritaria di quella che trovavo negli occhi di mio padre. Sintonizzato da tutt’altra parte rispetto alle parole pronunciate in sottofondo, mi arrivò in qualche modo una parola — il nome della città di cui parlava il servizio; una parola che riassumeva il grigio sporco del fumo e l’austerità cerulea di quei volti: Volgograd.
Senza nemmeno pensarci balzai in piedi e andai a sedermi davanti al computer. Aprii racconto1 e a carattere 30 scrissi Volgograd in cima alla pagina; dopodiché cominciai a cancellare il nome del protagonista da tutte le frasi, pensandone uno più adatto con cui sostituirlo.

 

Maggio ‘96

Alle dieci e venti del mattino gran parte della scuola era seduta nella piccola platea del teatro. Sul palco c’era una cattedra di legno, su cui erano poggiate pile di fogli in disordine; due donne, entrambe sedute dietro la cattedra, si sventolavano con delle riviste, mentre un uomo con la barba, gli occhiali, basso e stempiato, camminava su e giù rivolgendo occhiate timide al pubblico.
Verso le dieci e quaranta vidi entrare mio padre. A piccoli passi, guardando avanti a sé, si fece strada fino a dov’ero seduto. Accennò un mezzo sorriso, si sedette, e immediatamente aggiunse che, una volta finita la premiazione, sarei dovuto tornare a casa di corsa, perché per pranzo mia madre stava cucinando il pesce al forno. Annuii, guardando fuori dalla finestra.
Una donna dall’aspetto giovanile salì sul palco, prese il microfono, ci batté sopra con due dita provocando un paio di tonfi sordi e poi cominciò a parlare.
Dopo aver salutato la platea ed essersi presentata, attaccò un lungo discorso. Disse che i bambini e la scuola sono un patrimonio della società, e ancor di più della nazione; disse che la nostra lingua è spesso disprezzata, torturata, ignorata; disse che di tutti i bambini presenti in sala, forse qualcuno sarebbe diventato scrittore; disse che l’importante è raccontare, non vincere dei premi; poi, allargando dolcemente il sorriso, disse che scrivere fa bene a tutti, e che un esordio letterario coincide sempre con l’ingresso nel mondo adulto. Applaudirono tutti, compreso mio padre.

All’una arrivò il momento della premiazione. L’uomo stempiato e barbuto lesse un discorso, dove ringraziava persone, uffici, palazzi, libri. Ridiede il microfono alla donna e tornò a sedere.
Anche la donna ringraziò alcune persone, poi si congratulò con la nostra e altre quattro scuole, rappresentate dai rispettivi prèsidi e da una decina di alunni. Andò verso la cattedra, una delle due donne sedute le porse un foglio, e prima di leggerlo disse che tutti i racconti erano stati scritti molto bene, le storie erano state molto affascinanti, e tutti noi bambini dovevamo considerarci molto bravi, come chi avrebbe vinto; poi annunciò i nomi di tre partecipanti, l’ultimo dei quali sarebbe stato il vincitore.
Nominò una bambina, che salì sul palco e venne applaudita. Nominò un bambino di un’altra scuola, che salì sul palco e venne applaudito un po’ più debolmente. Infine venne applaudita una mia compagna di classe, con la quale non parlavo molto. Vinse lei.
Mio padre restò fermo. Non applaudì. Guardava il palco con un’aria inquieta, come se stesse rimuginando su degli errori. Mi guardai attorno e vidi la gente alzarsi, dirigendosi verso l’uscita.
La maestra stava parlando con alcuni genitori, sulla soglia dell’entrata. Io e mio padre le passammo vicino, e quando lei ci riconobbe si scusò con i due genitori, venendo verso di noi. Mio padre le strinse la mano sforzandosi di sorridere, mentre lei lo accolse con fin troppa cordialità. La maestra cominciò a parlare, posandomi una mano sopra la testa.
Disse che ero stato bravo, che per scrivere il racconto mi ero impegnato parecchio. Poi basta. Cambiò argomento. Si fece seria e cominciò a parlare dei voti scarsi, dei compiti a casa mai svolti, della poca attenzione durante le spiegazioni. Mio padre annuiva, a braccia conserte. I suoi occhi erano leggermente sgranati, la bocca serrata. Non disse una parola. Si salutarono di nuovo con una stretta di mano.

Mentre mio padre sistemava il computer nel ripostiglio, mia madre era accanto a me, che osservava la scena in silenzio. Cercai la sua mano per stringerla, ma lei la tolse via infastidita, andandosene in cucina ad apparecchiare la tavola.

Aprii l’antologia su un racconto a caso. La luce rosata del tramonto alleviò un poco la mia tristezza. Mio padre era seduto alla scrivania, accanto a me.
Cominciai a leggere, ma dopo alcune righe persi la voglia. Iniziai a scarabocchiare la pagina del quaderno. Mio padre mi diede un colpo a mano aperta sulla nuca, chiedendomi a voce alta cosa stessi facendo. Scrollai velocemente la testa e riabbassai gli occhi sul libro, facendo finta di leggere. Pensai alla noia dei pomeriggi assolati.
Guardai mio padre. Quasi piangendo gli chiesi di risistemare il computer in soggiorno. A bassa voce, con un tono un po’ strozzato, mi disse di pensare ai compiti. Si alzò, mi carezzò la nuca e mi lasciò da solo alla scrivania.
Il cielo cominciava ad arrossire. Accesi l’abat-jour e iniziai a cercare sull’antologia la pagina assegnata dalla maestra. Una volta trovata, inspirai profondamente. Con gli occhi lucidi, pensando al computer, cominciai a leggere il racconto.

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