Boltzmann

(Con questo racconto ho partecipato al concorso “8×8 – Un concorso letterario dove si sente la voce”, a cura dell’agenzia letteraria Oblique:
http://www.oblique.it/images/eventi/8×8/8x8_serate/2016/8x8_prima-serata_23feb16.pdf)

 

Note di Johan Harker – redattore del magazine «The Stylus», rivista online di reportage scientifici e culturali.
28 marzo

Arrivati a Duino alle sei e quaranta del pomeriggio. Il violento rovescio proveniente da nord-ovest si è rivelato puntuale – come previsto. Andrea, un po’ innervosito dal clima e dalle pessime condizioni di guida, ha avuto difficoltà di manovra nel piccolo parcheggio all’aperto, immerso com’era in una densissima foschia grigia – sembrava di stare dentro a una grande, voluminosa spugna imbevuta d’acqua, sulla quale continuavano a scrosciare litri e litri di pioggia. Dopo aver spento il motore ed essersi calmato grazie a qualche nostra battuta, Andrea ha subito accompagnato Krista e me, uno alla volta, sotto l’ombrello, fino all’entrata dell’albergo. Sistemati in camera i nostri pochi bagagli, ci siamo ritrovati con Andrea, poco più tardi, nel bar accanto alla hall. Siamo rimasti lì quasi un’ora. Alle otto in punto, di colpo, Andrea si è alzato e ci ha augurato un buon soggiorno. A bassa voce ha aggiunto che l’indomani non ci avrebbe accompagnati. Ci ha colti un po’ di sorpresa, soprattutto per i suoi modi; ma non gli abbiamo fatto ulteriori domande, talmente si è reso disponibile con noi finora. Con la promessa di ritrovarci di lì a un paio di giorni, magari prima della nostra partenza, ci siamo salutati con un abbraccio e l’abbiamo ringraziato per tutto quello che ha fatto per noi in questi due mesi. Tornati in camera, sistemate le attrezzature, messe in carica le batterie, Krista e io siamo crollati sui nostri letti senza neanche spogliarci. Il rumore costante della pioggia ci ha fatti addormentare come sotto l’effetto di un sonnifero.

 

29 marzo

Dal nostro albergo all’edificio che più di cento anni fa ospitò il soggiorno estivo di Boltzmann – all’epoca denominato Hotel Ples, oggi una sorta di magazzino comunale in disuso – la distanza è di appena quattrocento metri in linea d’aria. Krista e io ci siamo svegliati alle sette. Pioveva ancora. Uno dei facchini dell’albergo – forse sloveno, con uno strano sguardo inquieto – ci ha prestato due grossi ombrelli, molto leggeri, di materiale idrorepellente, entrambi rossi e recanti un grosso stemma del comune di Trieste. Lo abbiamo ringraziato a lungo e ci siamo fatti spiegare dettagliatamente la strada per arrivare all’edificio. Sotto la pioggia più fitta e violenta che abbia mai visto in Italia, ci siamo mossi lentamente seguendo anche le indicazioni del navigatore gps; giganteschi drappi d’acqua ci impedivano di capire quale direzione stessimo prendendo. I palazzi, le luci opache dei semafori e delle poche macchine che circolavano in strada erano a malapena visibili. Noi, completamente disorientati. Quando infine il navigatore ci ha comunicato l’arrivo al civico 76, ci abbiamo messo un bel po’ a identificare il basso edificio giallo a due piani cinto dagli alberi. Ci siamo addossati al muro, tenendo gli ombrelli aperti. Krista ha tirato fuori il cellulare e ha scritto velocemente un messaggio al signor Mario, il custode dell’edificio. Dopo un breve suono acuto e sincopato, dallo spesso muro d’acqua dinanzi a noi è comparsa poco a poco una sagoma, scura e lucente, circa della stessa altezza di Krista, ovvero sul metro e sessanta; man mano che si avvicinava, la figura sembrava scintillare nella luce tenue e grigiastra del temporale. Era proprio il custode, avvolto in una mantella col cappuccio, di plastica impermeabile, di colore blu scuro. Krista, riuscendo a parlare un po’ di italiano, è riuscita a spiegare al signor Mario cosa eravamo venuti a fare; lui, bisbigliando in inglese – credo –, alzando il solo dito indice all’altezza del petto, mi pare abbia detto che avremmo avuto un’ora di tempo; dopodiché, con una chiave, ha aperto la porta d’ingresso. Krista l’ha ringraziato anche a mio nome. Io avevo già chiuso l’ombrello e tolto lo zaino dalle spalle, ero entrato, e mi stavo subito dirigendo verso le scale che portano al piano superiore. La voce lontana di Krista mi avvertiva della mancanza di luce e corrente elettrica, e quindi di fare attenzione. Dalle indicazioni date da Andrea, la stanza di Boltzmann sarebbe dovuta essere l’unica con la porta ben chiusa, ovvero l’ultima in fondo, sulla sinistra, lato delle scale; ma arrivati al secondo piano abbiamo constatato che tutte e otto le stanze – due per lato, su entrambi i versanti – erano chiuse allo stesso modo. Nessun numero sulle porte di legno. Solo degli aloni biancastri e rotondi, come di targhette rimosse. Ciononostante, abbiamo comunque seguito le istruzioni e siamo andati alla nostra sinistra – quasi a tentoni per via della scarsa luminosità – aprendo la porta in fondo, lato della scalinata. Krista era dietro di me, con in mano la telecamera compatta. Prima di iniziare la ripresa mi ha detto che se in quel momento si fosse ritrovata da sola in un posto del genere sarebbe scappata via senza nemmeno pensarci. Io ho sorriso e le ho fatto cenno di seguirmi.

 

Nella stanza di Boltzmann: ore 9,00

Cerco di attenermi a una mera ricostruzione dei fatti – di dati reali, registrati dalla nostra telecamera o appuntati dal sottoscritto in presa diretta. Di altri tipi di osservazione, a causa della poca chiarezza di idee, mi è ora impossibile dar conto. La stanza è sospesa in una lieve penombra. Ma attraverso il tendaggio merlettato si ha l’impressione di scorgere una luce piena, seppur lontana. Camminando verso il centro mi fermo sotto a ciò che è rimasto di un vecchio lampadario – una struttura d’ottone, spoglia, ricurva. Nell’osservarlo mi accorgo, per caso, che il rumore della pioggia è svanito del tutto. Mi volto verso Krista e ci fissiamo senza dire parola. A bocca aperta. In un paio di falcate sono alla finestra. Scosto il drappo merlettato: una debole luce estiva riempie la stanza. Krista si avvicina alla finestra continuando a filmare. Io la osservo sistemare il cavalletto e fissare la telecamera. Comincio a ispezionare la stanza. Vuota. Le pareti sporche, pittate di verde scuro; il pavimento di mattonelle grigie, divise l’una dall’altra da sottili fessure colme di polvere. Poi lo sguardo mi si ferma sulla porta, che avevamo lasciato aperta una volta entrati: lungo tutta la soglia, in altezza, dal pavimento sino all’arco, l’aria sembra aver preso a vibrare in una fumosa sfocatura trasparente – molto simile a un flusso gassoso o a un’emanazione di calore del suolo. Girandomi di nuovo verso Krista per dirle di guardare anche lei, la sento urlare: impreca; se la prende con la maniglia della finestra, che a quanto pare è rovente. Ci ritroviamo sudati, in maglietta – dacché eravamo bardati fin sopra la testa per via del fastidioso freddo umido. Gli indumenti tolti sono sparsi per terra. Krista continua a filmare dalla finestra, da circa mezz’ora. È immobile e concentrata, ma il suo sguardo è strano. Di fronte a lei, la scena è questa: Duino dal cielo limpido, silenziosa; in estate. Sul marciapiede sottostante all’edificio, il signor Mario, con la sua mantella blu e il cappuccio tirato e stretto sulla testa, spazza via delle foglie invisibili con una grossa scopa simile a un lungo ramo secco.

 

Fuori dalla stanza di Boltzmann: ore 9,06

Krista è seduta a terra. Dice di aver sentito, nella stanza, un brusio, come un ragionamento tra sé e sé, in una specie di lingua straniera. L’ho sentito anch’io. Alza la testa e mi fissa. Continua dicendo che quel ragionamento, d’un tratto, le è sembrato chiaro. Le dico che per me è stato lo stesso. La porta della stanza è chiusa. Krista batte i denti e trema. Mi guarda con gli occhi sgranati. Dice di aver anche intravisto un volto che fluttuava. Un volto bianco. L’ho visto anche io. Quindi annuisco. Batto i denti. Fa freddo. Fuori piove incessantemente. Non abbiamo più nulla da dirci. Dentro non possiamo tornare. Il corridoio e la scalinata sono inghiottiti dal buio innaturale. Mi siedo a terra, accanto a Krista. La stringo per riscaldarci. Lei mi scansa debolmente, come sovrappensiero.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...